martedì, Novembre 30, 2021

57/mo Festival dei Popoli: Swagger di Olivier Babinet – la recensione

Swagger è, al di là e prima di qualsiasi definizione, un film sull’adolescenza.
Un periodo fertile di sogni anche a Aulnay-sous-Bois, soprattutto a Aulnay-sous-Bois, periferia di Parigi, a cui Oliveir Babinet restituisce i colori rubati da Mathieu Kassovitz (La haine, 1995) e dai reportage che non parlano mai di futuro.
Il cinema diventa qui uno strumento per sublimare i racconti di undici giovani persone che difendono con lucidità il diritto a portare avanti una loro progettualità, indipendentemente dal quartiere a mano armata in cui si trovano a crescere.
Posta questa premessa, il film di Babinet appare in tutta la sua onestà e dimostra una coerenza di fondo anche nel suo spaziare dalle sequenze di fantascienza alla leggerezza del musical.

Lo spazio da cui questi adolescenti si raccontano risponde alle stesse coordinate, quale che sia l’appartenenza culturale degli intervistati. Paure e speranze emergono sullo sfondo di situazioni raccontate senza alcun vittimismo, pura contestualizzazione di vite già in prima linea, spesso punti di incontro tra la cultura francese e quella dei propri genitori, che non possono supportarli nel processo di integrazione perché del tutto estranei alla società che abitano.

E francesi faticano a definirsi, i ragazzi di Aulnay-sous-Bois, da cui i francesi di origine, i bianchi, se ne sono andati da tempo, tanto che solo uno degli intervistati ricorda di aver incrociato una volta un francese vero, in quello che appare più un miraggio che un ricordo.
La banlieu non è trasfigurata né edulcorata ed emerge con solida lucidità dalle testimonianze dei protagonisti, a cui viene concesso, tuttavia, il diritto a sognare uno scenario in cui la notte è illuminata dalla Tour Eiffel lontana sessanta chilometri e molti più anni luce, piuttosto che dal lampeggiare delle auto della polizia per la solita retata di spacciatori.

Swag è un termine che il regista ha scelto da un brano di Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare e che nel linguaggio corrente si potrebbe tradurre con ‘avere stile’, in un processo di costruzione interiore della personalità, prima ancora che esteriore. E’ quanto cercano di fare i coraggiosi ragazzi che hanno accettato di raccontarsi davanti a una crew di dieci persone prima e a platee di spettatori poi, per lanciare la forza delle proprie visioni oltre la ristrettezza della routine che è stata loro assegnata.

La costruzione fantastica che Babinet imbastisce intorno a queste testimonianze è un omaggio alla loro sensibilità, che attraverso le potenzialità del cinema possono esprimersi in una modalità narrativa libera da stereotipi.

Quello che Babinet ci mostra non è solo cosa può essere la banlieu attraverso il coraggio di uno sguardo diverso, ma anche cosa può essere il cinema come amplificazione del paesaggio interiore dell’anima.

Beatrice Rinaldi
Al Rischiatutto porterebbe Alfred Hitchcock, a cena Daniel Auteil.

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