Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

A Lullaby to the Sorrowful Mystery, i 485 minuti del film di Lav Diaz in concorso alla berlinale 66. La recensione 

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La rivoluzione filippina del 1896 fu un evento cruentissimo nato sotto il segno dell’emancipazione da tre secoli di colonialismo spagnolo per poi trasformarsi in una lotta di potere tra i leader della rivolta. Lav Diaz la lascia completamente fuori campo scegliendo quella relazione che in più occasioni abbiamo definito transtorica, scegliendo quindi come in From What is Before due livelli che si collocano tra narrazione  poetica, mitologia e presenza della natura, aspetto che ha caratterizzato il suo cinema in tutti questi anni. Ancora una volta, il tempo sacro della ritualità prende forma attraverso i due grandi segmenti narrativi definiti in base a diversi gruppi di personaggi. Da una parte la società filippina borghese e la loro percezione della rivoluzione. Interprete  di questo sentire è una figura frequente nel cinema di Diaz, quella del poeta che in questo caso fa da contraltare Simoun, un sobillatore oscuro e pieno d’odio, corpo martoriato che il poeta Isgani trascinerà per tutte le Filippine nella seconda parte del film, attraversando la jungla ed evidenziando quella relazione trascendente con la natura che spesso coglie i personaggi del cinema di Lav Diaz alla deriva.

Questo elemento emerge in forma diversa tra le donne rivoluzionarie guidate da Gregoria de Jesus a.k.a. Oryang, la cui ricerca di Andres Bonifacio, ministro di un culto locale, le porterà ad un confronto tra la religione, l’eredità mitologica e la realtà. Sono proprio gli Encantos, spiriti equini dalle caratteristiche buffonesche che ancora una volta rappresentano la fonte di verità più evidente rispetto al culto convenzionale, dissidio che è presente in molti dei film diretti da Diaz tra cui anche il bellissimo Century of Birthing

Il tempo quindi, a dispetto della durata e della persistenza dei numerosi segmenti che compongono il film , non è mai lineare o cronologico nel cinema di Diaz, ma esprime la “possibilità di essere” come definizione del tempo stesso. Come in Heidegger il linguaggio filosofico diventa inefficace e gli si preferisce quello poetico, lingua in grado di dialogare con gli aspetti più ricchi della divinità.

Diaz filma in un bianco e nero perfetto e contrastatissimo grazie alla direzione della fotografia di Larry Manda che sembra ispirata al cinema espressionista, dal quale desume un’illuminazione dalla qualità metafisica, anche per la collocazione “innaturale” ed iperreale rispetto ad una qualsiasi sorgente.

Un’esperienza visiva difficile e totale, 485 minuti di cinema empirico dove la complessa intellegibilità dei personaggi, per quantità, riferimenti culturali e creatività poetica, ci introduce in quel mistero rituale che Diaz stesso desidera attraversare, considerando la Storia come la ricerca dell’anima da parte di un’intera collettività.

Lav Diaz
Hele sa Hiwagang Hapis
2016

Con John Lloyd Cruz, Piolo Pascual, Hazel Orencio, Alessandra De Rossi, Joel Saracho, Susan Africa, Bernardo Bernardo, Cherie Gil, Angel Aquino
Durata 485 min

 

Michele Faggi

Michele Faggi

Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi