Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Tonfo clamoroso per la premiata ditta Dresen & Kohlhaase: invece di sfornare il film della generazione post-muro, sfornano un catalogo di banalità teutoniche. 

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Lipsia, prima e dopo la caduta del muro. Dani (Merlin Rose) passa da un’infanzia sotto il socialismo a un’adolescenza nichilista sullo sfondo di una Germania disorientata, «orientale» malgrado la riunificazione. Nascono i primi club di musica elettronica in capannoni abbandonati. L’estremismo di destra porta la violenza sulle strade. La droga uccide come ai tempi – tutti occidentali – di Christiane F.

Sembra un’antologia di stereotipi tedeschi, e a portarla sullo schermo ci hanno pensato Clemens Meyer, autore del buon romanzo eponimo uscito nel 2006; Wolfgang Kohlhaase, maestro delle battute stringate nonché autore di alcune delle migliori sceneggiature della DEFA, meglio se dirette da Frank Beyer; Andreas Dresen, regista di grido che, di fatto, contende a Christian Petzold il trono di autore clou del nuovissimo cinema teutonico. Lui, Dresen, dell’Est. Petzold, dell’Ovest.

Malgrado detesti queste distinzioni da guerra fredda, Andreas Dresen è il primo a sondare regolarmente l’ambito Ossi, e a sfoderare una visione del mondo affettuosamente Ossi. Finora si è qualificato come il regista della quotidianità, degli ultimi, del proletariato resistente, realizzando film dolceamari quali “Catastrofi d’amore” (2002), “Un’estate sul balcone” (2005, da uno script originale di Kohlhaase), “Settimo cielo” (2009). Per chi scrive, i suoi capolavori sono il dramma di periferia “Halt auf freier Strecke” (2011) e i due documentari sul giovane politico della CDU Henryk Wichmann (2003, 2012), girati nel Brandeburgo rosso. Dresen non ha mai inserito in un suo film la caduta del muro. Solo il suo primo lungometraggio, il beckettiano “Stilles Land” (1992), la usa come sfondo e pretesto narrativo, evitando tuttavia immagini d’archivio – già inflazionate all’epoca. La nazione tedesca della narrazione dreseniana è per l’appunto statica, quasi muta, il suo Volk piccolo, autentico e dolente.

Detto questo, duole constatare come Als wir träumten, nonostante il dream team, segni un’allarmante battuta d’arresto nella filmografia dreseniana. Il romanzo di Meyer è prolisso, denso, difficile da adattare. Dresen e Kohlhaase scelgono di rispettarne la struttura episodica, con tanto di titoli cubitali che introducono le varie sequenze (una decina). Purtroppo, scelgono anche di mantenerne l’insopportabile maschilismo, compromettendo l’umore del film. Kohlhaase, ultraottuagenario, stende una sceneggiatura che non cresce né trascina, costellata di pochi dialoghi efficaci e alcuni davvero imbarazzanti (quelli lirici o romantici). Dresen azzera il proprio stile «a misura d’uomo» e tenta la strada del prodotto esportabile, più dinamico e impersonale. Malgrado una colonna sonora azzeccata per chi apprezza la Club-Musik crucca anni Novanta, il film sembra un’anonima produzione televisiva. Non una sequenza degna di nota, non un personaggio di spicco, manca del tutto il senso di coralità e di epos del romanzo.

Se l’intento era quello di modernizzare il film generazionale “Die Halbstarken” (1956) di Georg Tressler rispolverando la struttura corale di “Nachtgestalten” (1999, di Dresen), ebbene, l’esito lascia alquanto a desiderare.

Peccato. Per anni, Dresen è stato un po’ il Paolo Virzì versione Ossi, senza mai consentire alla furbizia di sopravanzare l’onestà. Als wir träumten è invece un progettone che fa acqua da tutte le parti, e la falla principale si chiama sciovinismo (di genere).

As We Were Dreaming
Als wir träumten
Germania, Francia - 2015

Con Merlin Rose, Julius Nitschkoff, Marcel Heupermann, Ruby O. Fee
Durata 117 min