martedì, Settembre 29, 2020

Beasts of no nation di Cary fukunaga – Venezia 72, concorso

Dal romanzo del nigeriano Uzodinma Iweala, l’esordiente Abraham Attah è Agu, bambino soldato affidato per combattere in prima linea ad un comandante (Idris Elba) che gli insegna il suo sporco mestiere.
Girato in Ghana, nel film come nel romanzo il Paese è senza nome e la guerra civile che si sta combattendo ha la stessa compulsiva insensatezza di guerre che si combattono a tutte le latitudini. Quel che c’è di autenticamente straziante è la perdita dell’innocenza di bambini con mitragliette e pistole in pugno, strappati alle case e ai banchi di scuola e mandati a fare a pezzi qualcuno.
Neppure una Patria per questa hitlerjügend vestita di stracci, Beasts of no Nation è l’Africa decolonizzata con le sue guerre dimenticate, l’infanzia abbandonata, la negazione dei diritti più elementari di cittadinanza.
Dai due piccoli neri alle prese con “cose di bianchi” di Claire Denis in White Material (2008) a Komona, straordinaria protagonista di Rebelle (2013) di Kim Nguyen, costretta a dodici anni ad arruolarsi nelle file dei ribelli, al magnifico Timbuktù (2014) di Abderrahmane Sissako, che si chiude con bambini in fuga senza meta né speranza, il cinema è tornato spesso a scandire le parole dell’Apocalisse, “Va’ e vedi”.
Parole brevi, le uniche che chi ha visto possa dire a chi ancora ignora il “lamento 
d’agnello dei fanciulli” di Paesi e storie che affondano le radici nella violenza.
L’adolescenza negata di Agu è quella dei 300.000 minori di 18 anni che un’internazionale dell’orrore affratella in tutti continenti della terra, work in progress del fanatismo di belve umane che esercitano sull’infanzia la loro violenza predatrice.
Agu è il fratello nero di quei bambini che in troppi posti del mondo giocano alla guerra nelle buche lasciate dalle bombe, e trovano elmetti, divise, un fucile. Sparare e uccidere può allora diventare anche un gioco.
Già Oppenheimer, in quell’ Act of Killing (2012) che scavava da anatomopatologo nella fisiologia della violenza, faceva dire una grande verità al vecchio capo Congo, un concentrato incallito di cinismo, ignoranza e miseria morale protagonista del massacro avvenuto nel 1965 in Indonesia quando, con il sostegno degli Stati Uniti, salì al potere il generale Suharto e più di un milione di persone, per la maggioranza miserabili contadini, furono eliminate con l’accusa di comunismo:
Ignoranti, senza istruzione, c’è gente come noi in ogni parte del mondo”.

Agu e il suo amico Dike giocavano per le strade del villaggio, le donne e i vecchi li guardavano sorridendo, scuola e chiesa erano il loro mondo e il prete leggeva la Bibbia mentre i fedeli cantavano e ballavano, perché “Dio ti ascolta meglio se lo preghi con la musica”.
Certo avrà letto anche “non uccidere”, ma non sarà arrivato Voltaire ad avvertire:
Uccidere è proibito. Quindi tutti gli assassini vengono puniti, a meno che non si uccida su larga scala e al suono delle trombe”.
E il suono delle trombe proclama sigle intraducibili, acronimi sempre più numerosi di una mappa della politica fatta di carriere e potentati economici che giocano la loro partita a suon di pallottole.
Il piccolo mondo felice di Agu è distrutto dalla guerra, padre e fratello uccisi, madre e sorelle scappate e forse un giorno rintracciabili in qualche bordello della città, a lui non resta che scendere all’inferno e sopravvivere imparando ad uccidere a comando.
Storia di formazione, dunque, così una volta si chiamavano le storie con giovani protagonisti in crescita, Beasts of no Nation ci mostra l’altra faccia della Luna, quella più sporca, quella su cui il mass- mediatico bollettino giornaliero di guerra dimentica d’informare il suo pubblico.
Racconto per musica e immagini, frastornante come può esserlo l’aria infuocata di piccoli villaggi dove i cadaveri si ammucchiano a centinaia e i colori del paesaggio finiscono per diventare un uniforme rosso fuoco, scenari di violenza e dolcezza convivono nella consapevolezza di Agu, nella logica tutta infantile scandita a tratti dalla sua voce esterna: “Penso che tutto si muova così velocemente e che sarò vecchio prima che la guerra sia finita. Non potrò mai tornare il bambino che ero una volta.

Paola Di Giuseppe
Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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