Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Secondo lungometraggio per il vietnamita Phan Dang Di in concorso a Berlino 65, la recensione di Big Father, Small Father and Other Stories 

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Il Vietnamita Phan Dang Di giunge alla seconda regia dopo “Bi, Don’t Be Afraid” presentato alla settimana della critica cannense nel 2010, in un periodo in cui la creatività del cinema indipendente locale sembra aver trovato una nuova spinta vitale, basta pensare al primo film della cineasta di Hanoi Nguyeb Hoang Diep, Flapping in the Middle of Nowhere, titolo poetico e visionario presentato alla recente Mostra del Cinema di Venezia nella sezione autonoma della Settimana Internazionale della critica e che ha in comune con il film di Phan Dang Di la rappresentazione dei processi identitari che riguardano la gioventù vietnamita degli ultimi quindici anni. Su questa linea, l’imminente film di Ta Nguyen Hiep (Story of a Boy who was born in water sign) che sulla carta dovrebbe essere un vero e proprio racconto di formazione.

Big Father, Small Father and Other Stories” è una co-produzione tra il Belgio, la Francia e la Germania con la partecipazione dell’italiano Paolo Bertolin, selezionatore per numerosi festival di cinema nazionali e internazionali e consulente del Doha Film Institute per quanto riguarda gli stati dell’Asia Pacifica.

C’è una relazione diretta tra questo film e quello di Bui Thac Chuyen intitolato “Adrift”, realizzato nel 2009 su sceneggiatura dello stesso Phan Dang Di; entrambi esaminano storie relazionali nel contesto urbano vietnamita, affrontando coraggiosamente temi come l’identità di genere in una realtà politica che ha tollerato con difficoltà i diritti LGBT, questione ancora aperta se si pensa che il primo gay pride vietnamita ha avuto luogo nel 2012 ad Hanoi e che il paese sta comunque affrontando lentamente aspetti come quelli legati alle coppie di fatto e il transgenderismo oltre a consentire la produzione e la diffusione mainstream di un immaginario prima impensabile, come per esempio la sitcom realizzata per la rete nel 2013 e intitolata “My best gay friends”. Questo per dire che “Adrift” era uscito in un contesto in piena mutazione e che “Big Father, Small Father and Other Stories” arriva invece in un momento di maggiore apertura, scegliendo però di raccontare una storia ambientata quindici anni fa, quando la ricostruzione post bellica si era definitivamente conclusa e condividendo quindi con il film del 2009 il contrasto tra necessità pulsionali e regole imposte dalla società.

Ho Chi Minh city e un piccolo villaggio immerso nella natura sono gli sfondi del film, un contrasto sul quale Phan Dang Di costruisce un film volutamente frammentario e non lineare, e che gli consente di raccontare i desideri e la sessualità di un gruppo di giovani tra radici tradizionali e la spinta frenetica di una città che comincia a fare i conti con la cultura globale.

Vu è un giovane cresciuto in un piccolo villaggio, giunge nella grande città con una macchina fotografica, intento a registrare qualsiasi cosa ed evento; cattura i volti della gente, fotografa i lavoratori di una fabbrica, memorizza frammenti di vita quotidiana. Thang, un amico, fa il barman in un club notturno, consuma e spaccia droga; presenterà a Vu una ragazza bellissima, Van, ballerina che si esibisce nel locale in un numero erotico in stile “material girl”, circondata da ragazzi e soprattutto sotto il segno di un erotismo promiscuo che Phan Dang Di ci mostra come frutto di un desiderio clandestino, basta pensare alla sequenza dove, ex abrupto, interviene senza preavviso la polizia, picchiando duro gli ospiti del locale.

Il triangolo amoroso nasce in breve tempo e quando la tensione violenta si farà sentire sempre più forte nel contesto cittadino, i tre si trasferiranno tutti nel villaggio di Vu dove finalmente il ragazzo riuscirà a indirizzare i suoi veri desideri verso l’amico Thang. Il successivo ritorno a Ho Chi Mihn City li metterà nuovamente in contatto con la brutalità che confonde il sesso con le necessità del mercato, creando un contrasto forte con quel momento di vera e propria formazione che li ha uniti con gli elementi della natura.

Il film di Phan Dang Di è continuamente attraversato da digressioni narrative; le other stories del titolo si riferiscono ai numerosi incontri di Vu con altre persone della città, una registrazione del quotidiano che interferisce con la linearità della narrazione principale e che ha il senso di un accumulo di informazioni documentali sulla vita di Ho Chi Mihn City, tra sessualità, politica e creatività.

La presenza della natura assume un ruolo specifico, non solo in riferimento all’immersione nella flora dove vive la famiglia di Vu, ma anche come elemento che circonda Ho Chi Minh City, una sorta di rimosso che preme dai margini ed emerge in tutta la sua forza a contrastare il rumore bianco della città; alle luci al neon, le luci ospedaliere, i televisori che rimandano un segnale fuori sintonia, il commercio che limita e sfrutta la libertà del desiderio si contrappongono tutti i momenti nel villaggio natale di vu, dove il fango e l’acqua accolgono i momenti di trasformazione identitaria in una comunione quasi animistica tra sesso e natura.

Cinema certamente ellittico quello di Phan Dang Di, poetico in una dimensione quasi antropologica, basta pensare alla sequenza della festa popolare, dove al cibo e alle canzoni del folklore Khmer associa una visione dettagliata dell’ambiente che dissolve la centralità del racconto per favorire i gesti, la cultura e la presenza aurea di un luogo, come fossero semi di altre storie possibili; da questo punto di vista, pur non essendoci (fortunatamente) una relazione metavisiva con il mestiere di Vu come fotografo, l’osservazione assume quasi il valore di una ricerca etno-documentale, come se il punto di vista fosse il suo.

E se la scelta di utilizzare l’elettronica di Chapelier Fou (recensito su indie-eye musica in occasione dei suoi Al Abama e Deltas) potrebbe sembrare sin troppo artificiosa, in realtà la ricerca del giovane musicista di Metz legata al frammento rumoristico, al glitch che si viene a creare tra natura e industria, ci è parsa una scelta azzeccatissima, nel delineare sul piano sonoro quello che Phan Dang Di costruisce su quello narrativo e visivo, lavorando sulla frammentazione espressionista della realtà. Anche per questo, e in virtù della tenacia indipendente di un cinema come questo, Phan Dang Di è un cineasta da tenere d’occhio

Michele Faggi

Phan Dang Di
Big Father, Small Father and Other Stories
Vietnam, Francia, Germania, Paesi Bassi - 2015

Con Do Thi Hai Yen, Le Cong Hoang, Truong The Vinh
Titolo originale Cha Và Con Và