mercoledì, Settembre 30, 2020

Eastern Boys di Robin Campillo a Venezia 70: la città e il vuoto

Robin Campillo, sceneggiatore per buona parte dei film di Laurent Cantet, arriva alla sua seconda regia a ben nove anni di distanza dal suo interessante debutto; Les Revenants era uno strano esperimento tra horror metafisico e analisi sociale sull’incidenza della morte nella società occidentale, un film ambizioso e atipico che sembrava molto lontano dalle occorrenze ‘urgenti’ dello script di ‘a tempo pieno‘, il film diretto da Cantet nel 2001.

Ad un esame più attento, in realtà entrambi i titoli lavoravano sul vuoto e sulla sconnessione tra tempo e spazio sociale; il protagonista de l’emploi du temps era in fondo un primo ritornante, un fantasma che occupava un luogo parallelo, esattamente come i morti che tornati indietro ne Les Revenants, desideravano riallocarsi nei luoghi occupati nella precedente vita.

Eastern Boys comincia come un documentario su un gruppo di ragazzi dell’est che si ritrovano alla Gare Du Nord per vivere di espedienti e fare baraonda, non è subito chiaro se questi ragazzi di diversa provenienza si prostituiscano, ma Muller, un uomo che ha passato la cinquantina, cerca di sincerarsene avviciandone uno sulla ventina, Marek, con il quale patteggerà un prezzo per una prestazione e fisserà direttamente presso il suo appartamento. Il giorno dell’incontro suonerà alla porta un minorenne che entrerà nella casa di Muller sgusciando dalla porta, e minacciando di chiamare la polizia; dopo di lui entreranno a ruota tutti i ragazzi del gruppo, guidati dal ‘boss’ un ragazzo di origini russe irrascibile e violento, che dopo aver improvvisato un festino saccheggerà tutto l’appartamento dell’uomo.

Campillo comincia nuovamente ad individuare lo svuotamento e la derealizzazione dello spazio sociale, soffermandosi sul senso di spaesamento di Muller e sul l’appartamento senza più beni di consumo. Lo riempirà piano piano solo con alcuni elementi essenziali, qualche punto luce e sopratutto un orologio da parete. Quando Marek si ripresenterà a casa dell’uomo, questa volta veramente intenzionato ad offrire le sue prestazioni per 50 euro, tra i due comincerà una relazione mercantile, che ridurrà sempre di più il ruolo dominante del denaro per trasformarsi in un rapporto affettivo complesso, per Muller di forma quasi filiale.

Campillo da qui in poi complica il plot intrecciando gli spazi; quello borghese ormai disgregato dell’appartamento di Muller e l’hotel dove i ragazzi dell’est vivono in una situazione ai limiti della clandestinità; quando le due realtà entreranno in collisione, il regista francese salverà il cortocircuito narrativo da un’apparente improbabilità con un senso della mutazione dello spazio notevole, alludendo senza rendere la materia troppo esplicita alle politiche Francesi sull’immigrazione, ai centri di detenzione permanente, ad un gruppo di etnie destinate ad un contesto urbano già dato come disintegrato.

Quando il boss, fino a quel momento figura di monolitica crudeltà , tornerà nella casa svuotata di Muller, Campillo lo coglierà in una straordinaria sequenza di sospensione mentre in preda alla disperazione contempla la città dalla vetrata del soggiorno; è un esempio del modo in cui l’autore Francese tratta la mutazione di tutti i personaggi, Muller incluso, mai identici a se stessi, e disperatamente in lotta contro una città che vuole renderli come fantasmi.

 

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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