giovedì, Ottobre 1, 2020

Eau Zoo di Emilie Verhamme – Torino Film Festival 32, Festa Mobile: la recensione

Il gioco linguistico è evidente: Eau/Au Zoo, ma anche Acqua Zoo, con richiamo ai moderni lager per animali e famigliole in gita domenicale con bambini al seguito.
Zoo è parola chiave per parlare dell’isola su cui si svolge la storia, un luogo in cui l’autoreferenzialità è eretta a principio informatore di tutto ciò che è esperibile sul piano dei rapporti umani, compresa la loro totale disumanizzazione.
Interessante variazione sul tema delle distopie fiorenti nell’ultimo mezzo secolo fra letteratura e cinema, l’isola è spesso spazio di riferimento, reale e metaforico insieme (pensiamo a Batoru rowaiaruBattle royale di Fukasaku Kinij o a Shokei no shima , Island of punishment di Shinoda Masahiro).
Non necessariamente corrispondenti ad un territorio geograficamente individuato, isole in senso lato sono anche gli spazi casalinghi di Lanthimos (Kynodontas,2009) o Avranas (Miss Violence, 2013) come qui ridondanti di colori e piacevolezza visiva in contrasto con la condizione assolutamente catatonica dei personaggi, oggetto di violenza, per dir così, underground (Kusturica e il suo elogio della carcerazione preventiva sono uno dei riferimenti dichiarati dell’autrice).

In convivenza forzata per via dell’invalicabile condizione geografica, in Eau Zoo genitori e figli si muovono nella piccola comunità in una condizione di totale incomunicabilità reciproca. Il grado di sottomissione dei figli ai padri è quello che s’instaura fra il demiurgo e la sua creazione , castrante e sconfinato quanto può esserlo quello che si fonda sul ricatto affettivo. Gli adulti della comunità isolana sono ossessionati dall’idea di dover difendere la propria progenie da minacce non ben identificate che vengono dal Continente. Lo spauracchio di una catastrofe imminente tiene al laccio un folto gruppo di maschi e femmine privati di linguaggio, resi incapaci di reazioni, piccoli robot a comando ai confini dell’autismo puro.

Che fuori della porta di casa ci sia l’inferno e che le regole del proprio microcosmo siano le uniche in grado di garantire felicità e salvezza, sembra un dato così indiscutibile da informare di sè tutta la vita della comunità, inserita da Emilie Verhamme in uno spazio/tempo solo apparentemente reali. Nulla infatti aiuta a decifrare codici linguistici e comportamentali di questo gruppo umano, nulla è dato reperire che aiuti a scriverne la storia o dipingerne un ritratto, l’isola potrebbe trovarsi in un punto qualsiasi dello spazio acqueo del globo o anche essere materializzazione di un incubo.

Lo straniamento è condizione tale da generare disagio fin dalla prima scena, la fila di ragazzi diretti al dormitorio comune cammina all’indietro, le lacrime di Lou (Margaux Lonnberg) ritornano indietro nel sacco lacrimale, nel capannone disadorno dovranno rientrare la sera a comando e dormire su pagliericci stesi a terra. Perché tutto ciò accada non è dato sapere, c’è una volontà che governa e a cui ci si sottrae solo a prezzo di sotterfugi e fughe destinate a fallire, fino allo splendido finale, accompagnato da una magnifica colonna sonora (Martin Stimming, November Morning) che riporta in primo piano le ragioni dell’umanità di fronte alla morte e all’amore.

Assistiamo allora ad una rivisitazione post-moderna del tragico equivoco che portò alla morte la Giulietta shakespeariana, i due ragazzi che si amano ora sembrano entrare dentro l’obiettivo della camera a mano che li accarezza, li consola, è la loro disperazione che finalmente li consegna alla libertà. L’urlo di Martin (Martin Nissen) alla morte della sua amata Lou, la sua corsa sulla sabbia, fra le rocce, il ritorno al villaggio, in fila fra i ragazzi allineati, hanno il sapore della catarsi:

Dov’è lei, il mio amore?/Un giorno mi darà il buongiorno? Arriverà dal continente che sogno così spesso?/ Dov’è lei per la quale chiudo gli occhi di notte/ sperando di vederla un giorno?/ Signorina amore, sentirò un giorno il suo dolce “buongiorno” che sogno da sempre?

La sequenza chiude il cerchio, ora la ripresa è di schiena, sullo sfondo l’aspetta il padre, Martin si gira e il viso riempie lo schermo.
E’ di fronte e non è più metafora, ha “ucciso” il padre.

Arretez de vous reproduire

La scritta campeggia su fondo nero prima della parola FIN.

Paola Di Giuseppe
Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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