Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Sabato 8 Novembre, presso la sede dell'Istituto Francese di Firenze si è tenuta la tavola rotonda con alcune delle registe presenti al Festival Internazionale di Cinema e Donne, tra le altre sono intervenute Micheline Lanctôt, Paola Montecorboli, Silvia Lelli, Kristina Lindström, Inês Oliveira 

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Introdotta dalla direttrice dell’Istituto Francese di Firenze Isabelle Mallez, la tavola rotonda del Festival Internazionale di Cinema e Donne ha ospitato buona parte delle registe presenti per questa 36ma edizione; coordinate da Paola Paoli e Federica Rossi le ospiti hanno raccontato la loro esperienza con il cinema e le motivazioni che hanno animato questa scelta.

Ne è venuto fuori un confronto interessante che ha evidenziato differenze e analogie legate non solo alla cultura di appartenenza, ma anche a diverse necessità e urgenze in una linea transgenerazionale.

Micheline Lanctôt, classe 1947, attrice, regista, sceneggiatrice e musicista Quebechiana ha raccontato una storia di sana follia: “ho condotto una vita completamente folle, forse per questo sono diventata regista“. Dopo aver studiato musica al Collège Jésus-Marie di Outremont e storia dell’arte a Montréal, si è avvicinata al cinema di animazione attraverso il National Film Board of Canada e lavorando per quattro anni in uno studio importante come quello di Gerald Potterton (Yellow Submarine, Heavy Metal) “il mio desiderio“, ha raccontato la Lanctôt “era quello di diventare direttrice d’orchestra, ma per una donna, nel 1964 non era proprio possibile, anche se alla fine mi sono sempre trovata a dover affrontare professioni difficili per le donne, o meglio, dove essere donna era considerato un punto a sfavore, anche per questo ho smesso di fare l’animatrice per affrontare la carriera di attrice, perchè quello per le ragazze andava bene!” (ride).

Come attrice comincia a lavorare nel 1972 (La Vraie nature de Bernadette di Gilles Carle) mentre il suo primo film da regista è di tre anni dopo, un corto d’animazione realizzato per il NFB Canadese intitolato “A Token Gesture“, ricognizione satirica sugli stereotipi di genere e sul loro effetto nella vita delle donne. “Sono stata obbligata a realizzare opere finanziate dallo stato, perchè si pensava che i miei film non potessero rendere; ho avuto un solo successo commerciale, Pour l’amour de Dieu, per il resto la mia è stata la carriera di un’outsider, e questo non solo per una questione di genere ma perchè gli argomenti dei miei film sono collegati ad una visione sociale delle donne

Diverso il percorso di Paola Montecorboli che al festival ha portato il suo documentario “Notre cri du coeur: le donne e il conflitto in Casamance” frutto del suo percorso come antropologa. La sua tesi di laurea era incentrata sulle donne Senegalesi e sulla loro difficile posizione in mezzo al conflitto per la rivendicazione dell’indipendenza del loro paese: “avevo raccolto molto materiale, ma in quegli anni, tra l’85 e l’86, portavo con me solo una macchina fotografica e un registratore, soffrivo molto del fatto di non avere con me una telecamera; allo stesso tempo ho cominciato a vivere una crisi profonda nei confronti dell’antropologia, perchè quello che scrivevo non potevo trasmetterlo al di fuori del contesto specialistico e accademico, volevo raggiungere un pubblico più vasto. Il mio lavoro successivo come bibliotecaria del comune di Roma mi ha permesso di fare un buon lavoro di documentazione. Sono rimasta molto legata alla Casamance del sud del Senegal, le donne sono state le principali vittime del conflitto. Le loro storie sono state molto importanti anche per me, mi hanno consentito di scoprire la mia parte femminile che per molto tempo avevo messo da parte

Raccontando la sua esperienza, la Montecorboli ha spiegato quanto sia difficile la posizione delle donne in Senegal, divise tra la pace e il sostegno al movimento indipendentista, vittime di moltissime violenze da tutte le parti e impossibilitate a lavorare “Trenta anni di conflitto non hanno portato a niente” ha aggiunto “Il movimento è frazionato e la piattaforma delle donne che è nata in quei luoghi è cresciuta grazie alle associazioni di base che si occupano di pace; quello che ho potuto fare, oltre toccare con mano questa situazione, è raccogliere le loro testimonianze andando nei villaggi, perchè nonostante la paura, hanno voglia di parlare

Simile a quello di Paola Montecorboli è il percorso di Silvia Lelli, Fiorentina, ricercatrice e docente di Antropologia all’Università di Firenze e armata di telecamera sul campo sin dalle sue prime esperienze con l’audiovisivo. Qualificata nell’84 come tecnico cinematografico nei primi corsi di cinema finanziati dalla regione toscana, frequenta le lezioni di Sofia Scandurra, a cui ha dedicato un’intervista che sarà presentata al festival domani Martedi 11 Novembre durante la programmazione pomeridiana. Il documentario, intitolato “Conversazione con Sofia Scandurra: questioni di “genere” dietro la macchina da presa“, è l’ultima delle numerose interviste che la cineasta fiorentina ha realizzato nella sua carriera: “dal 2010, insieme al Laboratorio Immagine donna” ha raccontato al pubblico del convegno “ho cominciato a realizzare interviste con donne che hanno subito violenza, un fenomeno purtroppo in espansione che sta allarmando tutti; ho portato avanti questa analisi sul tema della violenza di genere insieme a Matilde Gagliardo in un nuovo documentario ancora in lavorazione che si intitolerà “Violenza invisibile“, è un documentario partecipativo e ha bisogno del sostegno di tutti quelli che vorranno offrirlo

La scelta di lavorare sulla Scandurra è legata alla storia della grande regista e sceneggiatrice romana scomparsa lo scorso 29 agosto, la cui attività dietro la macchina da presa include moltissimi documentari per la televisione e un film realizzato nel 1977 con una troupe interamente femminile , “io sono mia” tratto dal romanzo di Dacia Maraini, “Donne in guerra”, “volevamo consegnarle un riconoscimento alla carriera” ha aggiunto Silvia Lelli “ma purtroppo Sofia non c’è più. Era una grande lavoratrice e “io sono mia” è il primo film che ha parlato approfonditamente della questione femminile in Italia

Il documentario è stato da sempre il terreno d’azione di Kristina Lindström, prima attraverso la documentazione radiofonica, poi con l’approdo al mezzo cinematografico per realizzare storie più complesse “non c’è un momento in cui ho deciso, è stata semplicemente una prosecuzione naturale

La Lindström ha portato al Festival un documentario intitolato “Palme” dedicato al primo ministro Svedese Olof Palme ucciso il 28 febbraio del 1986 in piena Stoccolma, a colpi di arma da fuoco. Un omicidio enigmatico che ha avuto un’influenza fortissima sulla società Svedese. La Lindström è riuscita a intervistare la vedova e i tre figli di Palme che a loro volta hanno reso disponibile un ampio materiale documentale, tra film di famiglia e vecchie fotografie “volevamo indagare la parte più intima del primo ministro Svedese, intersecando i materiali dell’archivio della tv di stato con quelli della famiglia, che assumono un valore importantissimo dal punto di vista emotivo. Era un film molto importante e che era necessario fare per la società Svedese

È Svedese anche Gabriella Bier, nata a Stoccolma nel 1965, laureata in arte drammatica e attiva per la televisione di stato come documentarista. “Life during wartime” è la sua opera più recente e di maggiore impatto, racconta una storia d’amore tra Israele e Palestina ed è stata proposta al Festival Internazionale di Cinema e donne, è un documentario realizzato con alcune incursioni legate al cinema di finzione, un livello di drammatizzazione che le è servito per rendere più coinvolgente il suo lavoro: “sono di origini Ebraiche e sento parlare del conflitto tra Israele e Palestina da quando sono nata” ha raccontato Gabriella “dopo la seconda intifada, quando l’odio è cresciuto anche tra coloro che credevano alle possibilità di una risoluzione, ho sentito la necessità di realizzare questo film, raccontando la storia di un amore misto che dimostra quanto l’amore sia l’unica cosa che può conquistare e risolvere tutto

Una complessa analisi sulle radici culturali del proprio paese, quelle più apolidi e nascoste, è il centro del lavoro della promettente cineasta portochese Inês Oliveira, che domani, nella serata dedicata al Portogallo, presenterà al cinema Odeon il suo bellissimo Bobô, di cui è possibile leggere una recensione approfondita qui su indie-eye cinema e che attraversa in modo non convenzionale la relazione tra Portogallo e cultura Guineiana, inserendo un tema difficile come quello della mutilazione genitale: “ho cominciato a guardare film a quattordici anni” ha raccontato Inês, “formandomi prevalentemente con il cinema americano tra il ’40 e il ’50, fino a quando ho cominciato a distinguere e ad apprezzare, a riconoscere gli attori, i registi, lo stile e quindi avvicinandomi al cinema della Nouvelle Vague durante un corso serale frequentato a Lisbona. Pierrot Le fou, il primo film di Godard che ho visto, l’ho amato e odiato allo stesso tempo, lo vedevo in continuazione e non sapevo come giudicarlo, per me è stato un vero shock. Da qui ho cominciato a studiare cinema più attentamente, a conoscere le produzioni del mio paese fino a frequentare la scuola statale di cinema in portogallo. Il primo film che ho realizzato era in bianco e nero e affrontava l’obbligo del servizio militare in Portogallo, un tema non così consueto per una donna, ma che mi ha consentito di indagare la limitazione della libertà da una nuova prospettiva

Inês Oliveira ha realizzato “Cinerama“, il suo primo lungometraggio di finzione, nel 2010 con la produzione del grande Paulo Branco mentre Bobô, che è il suo secondo lungometraggio, è del 2013: “tra i due film sono diventata mamma, questo ha cambiato la mia visione del mondo ma anche la mia vita nella conciliazione tra la maternità e la professione. Bobô non è autobiografico, ma riflette un senso di passione, ansietà, preoccupazione e gioco che è correlato anche alla mia esperienza come madre

 

Michele Faggi