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Il programma di Venezia Classici, parte della 70ma mostra internazionale del Cinema di Venezia, propone tra i titoli di quest'anno una copia restaurata di Higanbana ( Fiori di equinozio) film del 1958 diretto dal grande regista Giapponese, Yasujirô Ozu 

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Con Higanbana (Fiori di equinozio), 1958, Ozu ci parla di un’età di transizione e contraddizioni, e nel farlo salta a piè pari tutti gli steccati, non c’è conformismo che lo pieghi alle sue ragioni, questo film è rivoluzionario per quei tempi come per i nostri, ma riesce ad esserlo senza enfasi nè accelerazioni, spettacolarità, azione, trasalimenti.
Impeccabile la compattezza stilistica, sintesi rarefatta di immagini e parole che lasciano un  retrogusto vivo nella memoria, labirinto della semplicitàè la definizione più adatta coniata da Amir Naderi per il cinema di Ozu.
Ripetitività fatta di treni sbuffanti e teorie di ciminiere, panni stesi ad asciugare e facciate lisce di palazzi grigi gremiti di sararymen, stilemi inconfondibili di una rappresentazione della realtà che Galbraith definì “monumentale”: Come Kurosawa, una delle cose più impressionanti di Ozu è la sua capacità di tagliare tutto il  superfluo, riunendo tutto in una forma che è apparentemente semplice e senza fronzoli, ma di monumentale espressività”.
Silenziosi e curvi su scrivanie perfettamete allineate in spazi scanditi con geometrica precisione, doppio petto grigio fuori e kimono in casa, sakè a fiumi al banco di un bar equivoco di Ginza e vecchie canzoni patriottiche accovacciati con amici intorno al tavolo, a casa mogli pazienti in kimono raccolgono da terra e piegano con cura gli abiti da lavoro dei mariti.
Ma i tempi cambiano e crescono figlie vestite alla occidentale, che vogliono scegliersi il marito da sole.
Il conflitto fra tradizione e tempi moderni è uno dei temi prediletti di Ozu a partire dagli anni trenta, ed è tutto nello scontro tra Hirayama (Shin Saburi) e Setsuko (Fujiko Yamamoto), padre amorevole, ma tutto preso dal suo ruolo di paterfamilias, e figlia in età da marito, innamorata di un semplice giovanotto senza fortune famigliari alle spalle.
Il conflitto è destinato a risolversi ben presto a favore della giovane, la perdita dell’autorità paterna torna nel cinema di Ozu da decenni (C’era un padre, Sono nato ma…), declinata con sottile ironia nelle immagini di un microcosmo esteriore fatto di quiete e macrocosmo interiore in cui, scavando, “… si scoprirebbe la violenza compressa e potenziale dell’intero sistema familiare giapponese, nonché il pacato eroismo del giapponese per le cose che concernono la propria famiglia” (da J.L. Anderson – D.Richie, Il cinema giapponese, 1961).
Rispetto dei valori degli anziani e tensioni del mondo giovanile sono soprattutto un discorso di amore e solitudine, ma la retorica dei buoni sentimenti è sempre abilmente spiazzata dai procedimenti stranianti della ripresa di cui Ozu fu maestro e dall’uso magistrale della macchina da presa, motore immobile accovacciato a terra a scrutare ogni dettaglio con supremo distacco e, insieme, segreta vicinanza alle cose.
Primo film a colori di Ozu, e uno dei pochi. Poi, nel ’63, la morte se lo portò via. Colori smaglianti, netti, definiti, come in Akibiyori (Tardo autunno), per una tavolozza che dà luce al ritmo e scandisce tempo reale e tempo psicologico.
Tornano i suoi attori-feticcio, come il grande Chishu Ryu, che Ozu ha voluto in una suggestiva performance canora, mentre recita agli amici il poema dell’addio di Kusunoki Masashighe, guerriero morto suicida per la causa imperiale, assolvendo all’etica del bushido (la via del samurai).
L’amabile ironia di Ozu si esercita nei contrasti: l’ immobilità ieratica  e solenne convive col passo traballante di chi spesso mescola troppa birra e sakè, discorsi di quotidiana semplicità si mescolano ai versi del monaco Kojima sulla lealtà del samurai.
Hirayama (Shin Saburi), ricco uomo d’affari, è prodigo di aperture liberali, assistenza e consigli quando si tratta di altri, ma è desolatamente conservatore e retrivo quando in ballo è la sua famiglia.
Setsuko (Fujiko Yamamoto), la figlia, è una giovane donna moderna, inflessibile pur nella grande dolcezza di modi.
La ribellione giovanile assume questo aspetto nel mondo di Ozu, l’eleganza formale non cede mai, piuttosto si potenzia in queste ultime pellicole in una sobrietà che fa di lui, come di Mizoguchi: “…un personaggio a sè stante nel quadro generale del cinema contemporaneo […] Ogni personaggio è costruito mediante l’accumulazione di una serie di piccoli particolari, presentato in un lasso di tempo relativamente lungo […] Manca a questi film l’azione esteriore e quindi il ritmo febbrile che caratterizza tante produzioni cinematografiche, ma non sono lenti, seguono un loro ritmo, attirando lo spettatore nel proprio mondo e imponendogli una particolare nozione del tempo” (J.L. Anderson D.Richie, cit.).

Yasujirô Ozu
Fiori d'equinozio
Giappone - 1958

Con Shin Saburi, Kinuyo Tanaka, Ineko Arima, Keiji Sada, Chieko Naniwa
Durata 120 min
Titolo originale Higanbana

 

Paola Di Giuseppe

Paola Di Giuseppe

Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.