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Grace di Monaco di Olivier Dahan: la recensione

I temi che affronta Olivier Dahan vanno oltre la semplice ricostruzione degli eventi salienti della vita privata di Grace Kelly. Ciò che fa da sfondo a questa dimensione intima è infatti una crisi che rischia di diventare sociale: l’atmosfera di tensione per l’incombente minaccia di un conflitto tra la Francia di Charles de Gaulle e il principato di Monaco.

Anche se la mitizzazione della figura della principessa viene forse troppo accentuata, quasi ad attribuirgli i meriti per la sventata disfatta del principato, il film presenta dei notevoli picchi narrativi. La storia infatti coinvolge, virando addirittura a metà film su un ritmo noir, in cui la principessa Grace avrà il compito di svelare gli intrighi di palazzo. Una donna costretta ad indossare una maschera, ad interpretare un personaggio, restando incastrata nel suo ruolo da star. Temi alla Hitchcock veri e propri, rintracciati, sagacemente, proprio negli episodi privati della sua attrice feticcio.

La versione di Dahan apre quindi a più complesse questioni, sul potere di fascinazione dell’immagine, l’identità e la coincidenza tra vita reale e recitazione. Il dubbio che emerge fatalmente in Grace Kelly è se la favola di cui è protagonista non sia basata sull’amore per l’immagine che ha di sé il principe Ranieri o se sia invece costruita su un amore vero, sincero e disinteressato. Grace Kelly e la Principessa Grace sono quindi le due facce di una stessa donna, costretta ad annullare il suo vero Io per lasciar confluire e convivere le due rappresentazioni. Il passaggio da star hollywoodiana a principessa viene infatti scandito come una progressiva e meticolosa costruzione del personaggio. La sua sembra un’eterna condanna alla recitazione, costretta fino alla fine a sfruttare il potere di fascinazione proprio del suo ruolo di star.

Il monologo finale al cospetto dei gerarchi mondiali, in cui fa appello al sentimento d’amore, si configura come l’ultima battuta dell’ultimo atto di una pièce. Non le resta quindi che rimuovere il trucco, togliersi la maschera da principessa ingenua che spera di far breccia nel duro cuore degli uomini, proprio come un attore dopo la sua performance. Il red carpet del ballo è vissuto come un red carpet hollywoodiano, la sua abnegazione ai voleri dello sposo nasconde la consapevolezza di un amore insincero, mentre matura sempre più in Grace la consapevolezza di aver lasciato un set per immergersi in uno ancor più grande, ed eterno.

Degno di nota è il lavoro fotografico ad opera di Eric Gautier, nell’intento di ricostruire quelle atmosfere da cinema americano anni ’60, proprio quei film di Hitchcock, di cui la Kelly fu protagonista. Uno stile delle immagini che rafforza ulteriormente la gabbia di celluloide in cui sembra ineluttabilmente incastrata. Colori pastosi e luci opache sortiscono questo effetto quindi, in un film che si arricchisce anche di un potere evocativo.

 

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