venerdì, Gennaio 21, 2022

Io e Lei di Maria Sole Tognazzi: la recensione

Federica e Marina mentre guardano la televisione vogliono farci credere di essersi fatte invischiare dai ritmi della serialità più convenzionale: “ma lei l’ha lasciato?”. Ma non guardano “Un posto al sole”, sullo schermo scorrono alcune immagini di Top of the lake di Jane Campion mentre Federica a letto legge un libro di Alice Munro. Chissà cosa è venuto in mente a Maria Sole Tognazzi, nel tentativo di disseminare il suo nuovo film con alcune tracce femministe, ce lo chiediamo perché queste, al di là del riferimento più o meno visibile, rimangono completamente in superficie senza scalfire la fissità televisiva del suo film.

L’unica riflessione di cui “Io e lei” sembra farsi carico è il confronto tra una normalità famigliare sintonizzata sui ritmi maschili e la libertà dello sguardo femminile come l’unica capace di infondere vita ad una routine altrimenti destinata a reiterare la prigione dei ruoli. Lo si comprende in modo didascalico quando tutte le figure maschili si relazionano alle donne del film in quella forma adorante e allo stesso tempo strumentale alla definizione di un’immagine del desiderio. È così per il regista che vuole assolutamente fare un film con Marina (Sabrina Ferilli) tanto da impostare l’incontro per la presentazione di una sceneggiatura come un corteggiamento, ed è molto simile per l’oculista che una volta sedotta Federica (Margherita Buy) si integra perfettamente nel disegno allargato dell’ex marito di lei, in una riproposizione dello schema da cui la donna sembra essersi liberata con i cinque anni di convivenza vissuti insieme all’ex attrice.

Nel mezzo c’è la vita ultra borghese delle due donne, tra grandi studi di architettura, appartamenti perfetti, catering di lusso e cene nell’antico castello, la cui asetticità viene forse mitigata dalla veracità borgatara della famiglia di Marina, comunque concepita con lo stesso gusto stereotipato per il quadretto teatrale. Una relazione frontale e separata tra sguardo e set che evita del tutto l’esplosione dei corpi, l’ebollizione dei sentimenti e lo scorrere della vita.

Il risultato, oltre a contenere Margherita Buy nel campionario dei suoi tic attoriali e a limitare gli aspetti più vivi e selvaggi di Sabrina Ferilli, è quello di una confezione tagliata con l’accetta che strizza l’occhio ad un pubblico progressista in cerca della battuta memorabile da appuntarsi e della situazione in cui riconoscersi.

Non è quindi la normalità di un sentimento slegato completamente dalla battaglia dei sessi e dallo schema dei generi a spaventarci, quanto l’evidente struttura binaria di un confronto culturale che passa tutto attraverso la resistenza di Federica, le sue paure, l’incertezza tra desiderio e scelte consapevoli e l’abbandono totale di Marina, salvo poi ribaltarsi con la stessa prevedibile rigidità, per i meccanismi legati alla gelosia.

Se si pensa a Salvare la faccia della sino-americana Alice Wu, film per certi versi molto simile a questo, ma assolutamente più vitale nella contaminazione tra numerosi livelli di cultura popolare urbana, soap opera incluse, sembra che Maria Sole Tognazzi tenga a distanza qualsiasi mondo tranne quello dei soliti salotti iperbarici per le famiglie immaginate dalla televisione italiana, luoghi senza strappi e aperture, così lontani da qualsiasi idea di cinema.

Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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