Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Il film ceco che ha aperto la sezione Panorama, ispirato a un fatto di cronaca dei primi anni Settanta 

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Cecoslovacchia, primissimi anni Settanta. Una giovane donna, la Olga Hepnarová del titolo interpretata dalla magnetica Michalina Olszanska, vive l’inferno. In famiglia si sente soffocare, non ha amici, subisce violenze fisiche e psicologiche da parte di alcune coetanee. A un tentativo di suicidio segue la scoperta del proprio orientamento sessuale, il che non coincide tuttavia con una vita più libera e serena. Olga è scontrosa, chiusa in se stessa, legge molto (soprattutto autori americani come Grahan Greene) e tiene un diario. Le sue giornate buie e raminghe terminano con un colpo di testa che la porta agli onori della cronaca. Nera.

Ispirato a una vicenda realmente accaduta alla quale uno dei registi, Tomas Weinreb, aveva già dedicato un documentario nel 2009 (“Everything Is Crap”), Io, Olga Hepnarová è la doppia opera prima – in quanto lungometraggio di finzione – che Wieland Speck ha scelto per aprire la sezione Panorama della Berlinale 2016. Il film ha molte frecce al proprio arco: l’ambientazione praghese vintage, il caschetto in stile Louise Brooks della protagonista, il tema lesbico e soprattutto la fotografia in bianco e grigio di Adam Sikora, a metà strada tra la nouvelle vague e l’Haneke del “Nastro bianco”. Elementi che concorrono a fare della pellicola un ottimo prodotto da festival (lgbt e non) oltre che da circuito cinematografico indie.

Dal punto di vista narrativo, Já, Olga Hepnarová procede implacabile e lineare, con un’attenzione alla «bella» inquadratura che cozza con i dolori della giovane protagonista. Il tema omosessuale affiora con apprezzabile nonchalance ma il vero fulcro del film, che nel finale brilla al calor bianco anche grazie ai memorabili monologhi della protagonista, è quello del bullismo e dei suoi capri espiatori, che Olga chiama con un termine tedesco: Prügelknaben. Il film si conclude come uno schiaffo in pieno viso, lasciandoci al contempo correi e possibili vittime. Come se la protagonista ci avesse «attaccato la sua malattia», nelle parole della Dorothy Vallens nuda, pesta e scapigliata di “Velluto blu”.

Petr Kazda e Tomas Weinreb
Já, Olga Hepnarová
Repubblica Ceca / Polonia / Repubblica Slovacca / Francia - 2016

Con Michalina Olszanska, Martin Pechlat, Klara Meliskova, Marika Soposka, Juraj Nvota
Durata 106 min

 

Simone Buttazzi

Simone Buttazzi

Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.