martedì, Settembre 29, 2020

Jauja di Lisandro Alonso – Filmmaker Festival 2014, film di apertura: la recensione

A tredici anni di distanza dal premio a La Libertad (2001), suo primo lungometraggio e tappa d’avvio della Lonely Man Trilogy (che include anche Los muertos e Liverpool ), Lisandro Alonso torna a Filmmaker Festival, il festival milanese che, dal 1980, è luogo d’elezione del cinema d’avanguardia e di ricerca. E ci torna con Jauja, ideale e apparentemente ossimorico inizio di un festival sempre attento al cinema del reale. Coproduzione internazionale che coinvolge sei paesi fra Europa e Americhe, Jauja segna, per molti versi, un punto di svolta nella carriera del cineasta argentino. Figura di culto della cinefilia contemporanea, il cineasta indipendente argentino ingaggia una star internazionale del calibro di Viggo Mortensen (ma senza dimenticare Misael Saavedra, protagonista de La Libertad), e si affida a una sceneggiatura più compiuta e più complessa, scritta a quattro mani con il romanziere e poeta argentino Fabián Casas.

Di fronte a Jauja, che ha il fascino magnetico di una fantasmagoria, si resta interdetti e incantati. Nello sfolgorante, crudele, nitore formale dei 4/3, ogni inquadratura – perfetto equilibrio cromatico di gialli, azzurri e verdi nella prima parte, cui si contrappone il grigiore diffuso e nebbioso della seconda (la fotografia è di Timo Salaminen, storico collaboratore di Kaurismaki) – si trasforma in un tableau vivant circoscritto e autonomo, collegato agli altri da impercettibili movimenti di camera. Questa è la griglia, lo spazio cinematografico apparentemente definito, calibratissimo, che ospita il viaggio verso l’indefinito del capitano danese Gunnar Dinesen.

Alla ricerca della figlia quindicenne, fuggita con un soldatino e minacciata dal misterioso Zuluaga, spietato comandante che si narra si travesta da donna, Dinesen avanza dalle coste assolate al cuore nebuloso della Patagonia di fine ‘800, terra sospesa ai confini del mondo. Jauja è L’Eldorado mitologica che promette abbondanza e felicità. Come tutti coloro che si sono messi sulle sue tracce, Dinesen finisce per perdersi lungo la strada. Rimasto solo e senza cavallo, il capitano va incontro al suo stesso annullamento, perdendosi in un tempo e in uno spazio cui via via sono sottratte consistenza e materialità. Il reale a poco a poco si ritrae, contaminato dal surreale e poi travolto dal sovrannaturale, cui la progressiva dispersione geografica di Dinesen sembra fare da correlativo oggettivo. Jauja è anche, al tempo stesso,  un film che esplora la capacità del cinema di scardinare il reale, indovinandone le segrete connessioni e stravolgendone l’apparente linearità.

Alonso si nutre di suggestioni filmiche e letterarie, mescolando il realismo magico di lingua spagnola al tema conradiano del rapporto fra natura e cultura, con l’invisibile Zuluaga che inevitabilmente ricorda il Kurtz di Cuore di Tenebra. La figlia Ingeborg sparisce nel nulla, forse catturata dagli Indigeni, come l’adolescente Natalie Wood in Sentieri Selvaggi. Come Klaus Kinski/Aguirre alla ricerca di El Dorado con la figlia Florés (Aguirre, furore di Dio), Dinesen invece scivola lentamente in una sorta di mistica follia, in cui la linea fra reale e irreale, fra segno e metafora, si sposta di continuo, fino all’incontro, al di là di ogni tempo e di ogni spazio, con la vecchia della caverna e il suo cane. Come Herzog con le memorie di Gaspar de Carvajal, Alonso piega i fatti storici – il genocidio degli indigeni della Patagonia a fine ‘800, noto come guerra del deserto – alle esigenze narrative, trasformando il vero in uno luogo di conquista dell’immaginario, una lente caleidoscopica e deformante, ove ogni inquadratura sembra nascondere un mistero. Come Don Chisciotte, Dinesen indossa la sua anacronistica armatura, una divisa da soldato che lo rende immediatamente straniero nella terra di nessuno. Resta il mistero di ciò che non vediamo, dei personaggi che scompaiono per riapparire in altre in altre vesti (Ingeborg e i suoi cani), di quelli continuamente evocati ma mai comparsi sulla scena (Zuluaga), dell’ineffabile Jauja, la terra promessa che stritola i suoi figli, lasciando solo il capitano, ormai esausto, nella notte stellata.

Sofia Bonicalzi
Sofia Bonicalzi
Sofia Bonicalzi è nata a Milano nel 1987. Laureatasi in filosofia nel 2009 è da sempre grande appassionata di cinema e di letteratura. Dal 2010, in seguito alla partecipazione a workshop e seminari, collabora con alcune testate on line.

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