martedì, Dicembre 1, 2020

La terra di dio – God’s Own Country di Francis Lee al Festival “queer” Orlando 2018: la recensione

Conosciuto come “la terra di Dio“, lo Yorkshire e le sue meraviglie collinari fanno da sfondo all’opera prima del regista Francis Lee.

Qui troviamo Johnny Saxby, erede di un allevamento di pecore e mucche dell’ormai semiparalizzato padre Martin, con cui convive insieme alla nonna. Johnny vive un presente fatto di duro lavoro e lo spettro di un futuro che non può certo migliorare, riducendosi ogni sera ad ubriacarsi e a gettarsi in una serie di rapporti sessuali occasionali nel vano tentativo di evadere da una realtà opprimente.

L’incessante impegno nelle terre di famiglia danno occasione a John di conoscere Gheorghe, un immigrato rumeno dalle ampie vedute arrivato nel paese anglosassone per tentare nuove direzioni.
La forte vicinanza con John porterà i due ragazzi a un sempre più complice rapporto, fino a sfociare in una storia d’amore dai connotati fortemente passionali, in grado di aprire rinnovati orizzonti per entrambi.

Presentato in anteprima italiana al Festival “queer” Orlando di Bergamo, God’s Own Country ha ricevuto numerose candidature nei festival cinematografici di tutto il mondo vincendo, tra gli altri, come Miglior film indipendente britannico ai British Independent Film Awards e Regista rivelazione britannico/irlandese per Francis Lee ai London Critics Circle Film Awards.
Il riferimento al cult I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee si pone come evidente fonte di confronto, a cui Francis Lee con il suo lavoro parzialmente autobiografico fornisce una personalissima prospettiva di stampo inglese, legata ad un folgorante realismo bucolico che permea l’intero film, incidendo come assoluto elemento di concretezza visiva.

Un’evidenza che si tinge di tonalità forti, nel tentativo di applicare la stessa impronta alla relazione dei protagonisti, ove l’argomento passionale è affrontato con lo stesso sguardo privo di volontà censoria. Johnny e Gheorghe provengono da due mondi concilianti eppure profondamente differenti: il primo è succube delle responsabilità familiari, di un modo di vivere privato di emozioni e dedito al solo lavoro, mentre Gheorghe non ha remore riguardo i propri sentimenti che espone fino in fondo, caparbio e complice di se stesso. Quel che li unisce è l’imprimatur rurale, per Johnny una prigione e per Gheorghe una scelta.
E’ il ragazzo dell’est ad aprire nuovi orizzonti al giovane Saxby, in un percorso difficile e articolato che colpisce il suo animo, donandogli elementi essenziali: crescita e comprensione, al fine di potersi esprimere non solo nel sentimento ma anche come uomo, nel mondo. Inclinazioni e desideri nascosti affiorano in superficie in un necessario cammino iniziatico capace di far emergere la vera personalità di John, da troppo tempo sopita dietro pudori inconcludenti. Nello sguardo teso di Josh O’Connor e attraverso la sensibilità di Alec Secareanu, emergono tutti i connotati decisivi alla completa empatia con i protagonisti, segno evidente di un team di lavoro affiatato e talentuoso, sperando che sia solo l’inizio.  

Redazione IE Cinema
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