Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Ma Maison è il nuovo film della cineasta francese Lisa Diaz. In concorso al Lucca Film Festival nella sezione cortometraggi, la recensione 

Di

FORGET that you live in houses, that you may live in yourself
(Mina Loy)

Per un uovo non è importante esser stato scelto o meno. È qui e ci rimane
(Ma Maison)

Le connessioni tra la poesia di Mina Loy e l’ultimo lavoro di Lisa Diaz sono numerose. La cineasta francese sembra aver sublimato tutto il senso della maternità sul crinale dell’abiezione, che attraversa alcuni dei versi della grande poetessa britannica.

Ispirato da un romanzo di Thomas Gunzig, “la vie sans ligne d’horizon” e accompagnato dalla musica ostinata di Arvo Part, Ma Maison penetra gli ambienti di una casa in disfacimento prima della sua vendita definitiva. La Diaz indugia sulla carta da parati, la muffa che infesta le pareti, gli oggetti di una vita che dietro di se ha lasciato solamente marcescenza.

Un uomo si fa inghiottire dallo spazio casalingo e ritrova le vecchie fotografie della madre. Sul retro di ogni immagine il verso di una poesia interrotta, quasi sempre riferito alla maternità come atto a metà ta la creazione e la distruzione, l’appartenenza e il rifiuto.

An egg is smashed / a horrible / aborted contour / a yellow murder
(Mina Loy)

Il cinema della Diaz, anche quello che si allontana dalla forma breve per lavorare sulla documentazione, racconta quasi sempre una sconnessione tra soggetto e oggetti, alla ricerca delle energie che i secondi lasciano, come testimoni dell’inesorabile passaggio del tempo.

In Ma Maison la casa è un agente di morte e putrefazione, ma è allo stesso tempo ventre materno che vive nella contraddizione del ciclo tra vita e morte.

Tornare alle origini, nel cinema della Diaz, è sempre un processo traumatico e nelle immagini di Ma Maison, la decomposizione non assume quasi mai un significato univoco.

Presentato in concorso al Lucca Film Festival, nella sezione competitiva dei cortometraggi curata da Rachele Pollastrini, Ma Maison segue il processo di una nuova creazione come nella riproduttività cosmica di cui parla la stessa Mina Loy.

La Diaz si serve del digitale in modo quasi invisibile, animando la cannibalizzazione degli ambienti da parte degli agenti del tempo e facendosi assistere dalla bellissima fotografia di Sylvain Verdet (Marie et les naufragés, Ni le ciel, ni la terre) che in modo impalpabile opera una fusione tra gli effetti pittorici della dagherrotipia e la sperimentazione elettronica, trovando insieme alla Diaz un punto di contatto nella fenomenologia dell’assenza.

Michele Faggi

Lisa Diaz
Ma Maison
Francia - 2016

Con Emmanuel Salinger, François-Xavier Phan, Adélaïde Leroux
Durata 19 min