domenica, Luglio 3, 2022

L’Uomo per bene – Le lettere segrete di Heinrich Himmler di Vanessa Lapa: la recensione

La storia di Heinrich Himmler raccontata da lettere private, documenti, diari e fotografie raccolti dai soldati dell’armata americana. Un racconto visivo di straordinaria, lancinante verità; in sala in occasione della giornata della memoria per soli due giorni, il 27 e il 28 gennaio 2015

Con L’Uomo per bene. Le lettere segrete di Heinrich Himmler, Vanessa Lapa affida ad uno straordinario modello di cinema-verità un evento di portata storica. Si tratta infatti di un film costruito selezionando dall’enorme numero di lettere private, documenti, diari e fotografie raccolto dai soldati dell’armata americana che il 6 maggio 1945 occuparono a Gmund, in Baviera, la casa di Heinrich Himmler.
Il Reichsfurer delle SS e Ministro degli Interni del Terzo Reich, braccio destro di Hitler, anima dell’Aktion Reinhard, la soluzione finale del problema ebraico, organizzatore indomito del ghetto di Varsavia e della costellazione di lager che fiorirono nel nord-est dell’ Europa nel breve giro di alcuni anni, a partire dal campo per dissidenti politici e persone devianti di vario tipo di Sachsenhausen, a soli 30 minuti di S-Bahn dal cuore di Berlino, amava scrivere molto.

Il prezioso materiale non fu consegnato alle autorità militari, non sappiamo chi e perché abbia preso tale decisione, ma questa provvidenziale negligenza ha impedito che tutto finisse per sempre nelle profonde segrete di qualche Archivio di Stato, in Russia, Inghilterra o Stati Uniti d’America.

Nel 2006 la collezione, acquistata da Dave Lapa, padre della regista, ha costituito il nucleo di un lungo lavoro di raccolta di documenti provenienti da 151 fonti diverse, sparse in 53 archivi di 13 paesi del mondo. Esperti dell’Archivio Nazionale tedesco ne hanno verificato correttezza e verità storica, i governi hanno concesso le necessarie liberatorie e oggi i documenti sono custoditi a Tel Aviv.
Presentato alla Berlinale 2014, al Jerusalem Film Festival, al Vancouver International Film Festival, a Documenta Madrid 14, al Rio de Janeiro International Film Festival, al Telluride Film Festival, al Planete + Doc Film Festival, al Dok Fest, L’Uomo per bene. Le lettere segrete di Heinrich Himmler arriva per due giorni in Italia, il 27 e 28 gennaio 2015, come evento cinematografico in occasione del Giorno della Memoria, distribuito da Nexo Digital e Feltrinelli Real Cinema in collaborazione con MYmovies

Heinrich Himmler, (Heini per l’amata moglie Marga, Pappi per i tre figli), la mente più lucida e fanatica del Terzo Reich, ha tenuto diari su cui ha registrato fin da bambino pensieri e imprese. Scriveva anche molte lettere dalle quali traspare il profilo di un uomo tutto casa e lavoro, affetti e ideali. Sembra, infatti, che i suoi pensieri vadano tutti alla fidanzata, poi moglie, all’amante degli ultimi anni, ai figli, alla famiglia tutta. Ad ulteriore conferma di un simile quadro di piacevole leggerezza e amabile personalità aggiungiamo che ad Auschwitz, nel suo alloggio privato, Heini coltivava una vera e propria serra di piante rare, e questo dovrebbe evidentemente portare acqua alla teoria della banalità del male.

Il film arriva però ben presto a dimostrare quanto il male non sia affatto banale. Non ha infatti nulla di banale il percorso di formazione di Heinrich, cresciuto in un milieu alto-borghese imbevuto di revanchismo e inneggiante al mito della “rinascita germanica”.
Nulla di banale c’è nella folgorante carriera che lo fece secondo solo ad Hitler nè banali sono i suoi proclami omofobi, antisemiti, osannanti la purezza ariana, di cui ampi riflessi si colgono anche nella comunicazione privata con la moglie. Nulla fu banale in quegli anni in Germania, piuttosto accadde il contrario, e il mito della purezza ariana, dell’eroe teutonico che lotta e rende schiavo il resto dell’umanità è lì a dimostrarlo.
Converrebbe piuttosto parlare di singolare convergenza di condizioni storiche, miti risorgenti e voglia di riscatto che si tradussero in deliranti derive del pensiero.

Il destino della nazione e quello di ognuno dei suoi figli, con poche e luminose eccezioni, si fusero, ognuno desiderò un nuovo ordine mondiale guidato da un’etica a cui si veniva educati fin da bambini. Era l’aria che si respirava in Germania ben prima del cosiddetto “scempio di Versailles” seguito alla sconfitta in guerra, e il film ha il pregio di percorrere questa strada, con la ricostruzione capillare della vita di un protagonista esemplare.

Heinrich nasce l’8 ottobre 1900 fra i verdi pascoli della Baviera, nella casa del maestro regale Gebhard Himmler. Padrino del piccolo fu Sua Altezza Reale, l’educazione rigorosamente cattolica, le prime suggestioni registrate sul diario appena imparò a scrivere vennero dagli attori che sfilavano con i vestiti di Cristo e Giuda nelle processioni del Venerdì Santo. A messa con la mamma e i fratelli, con la Principessa Arnulf e il Principe Heinrich a prendere il thè nel salotto di casa, il tempo dell’infanzia passò giocando alla guerra.

Il primo agosto 1914 la Germania si mobilitò, i soldati salirono sui treni, la guerra alla Russia fu dichiarata.
A scuola si cantava Deutschland über Alles e il giovane Heinrich invidiava il fratello più grande che partiva con i soldati: “Spero di avere presto l’età giusta, vorrei farlo da anni”. La vita di Himmler fu modellata dal tempo in cui visse, dalla maturazione di istanze nate già a partire dagli umanisti tedeschi e coltivate dagli uomini della Riforma, infine portate a completa definizione nel corso dell’’800 da molti uomini di politica e di cultura.

Lo capiamo dalle sue letture, dalle frequentazioni, dalla condivisione di princìpi che diventeranno i capitoli del nuovo Vangelo del Terzo Reich: “ la bellezza nordica rappresenta la razza reale dell’umanità”, “la canaglia ebraica”, “gli Ebrei sono la nostra sventura”, “bruciare i libri che rappresentano i demoni del passato”, “noi tedeschi siamo l’unico popolo al mondo che si comporti bene con gli animali e ci comporteremo bene anche con questi animali umani”,”l’omosessualità mina gli obiettivi dello Stato e distrugge le sue fondamenta” e così via.

La lotta contro la Repubblica di Weimar si faceva in quegli anni anche citando Tacito, incuranti del clamoroso falso storico su cui la propaganda si fondava (ctrl. L. Canfora, La Germania di Tacito da Engels al nazismo,1979) e allo storico Gustav Roethe che scriveva nel 1923: “ Un tempo i Tedeschi erano un nobile popolo, ma proprio i nobili, precipui caratteri dell’onore e della fedeltà sono andati irrimediabilmente perduti da quando ha vinto quella rivoluzione di disertori e di ammutinati, il cui miserabile trionfo è stato sostanzialmente ribadito dall’assemblea nazionale”, faceva eco Himmler esclamando: “Se solo fossimo come l’antico popolo tedesco, con le sue usanze e le sue sane abitudini!”.

La grande nazione tedesca, “oscenamente” disgregata da tutte le contaminazioni razziali e umiliata dalle potenze capitaliste, è il leit motiv del giovane Heinrich, studente all’Università di Monaco. Ben presto la sua adesione al nazionalsocialismo e la devozione a Hitler divennero ferree, e finalmente ottenne quel riconoscimento della sua statura politica e intellettuale che spesso lamentava carente nei diari giovanili, quando scriveva: “Non piaccio alla gente, non sono amato”.

L’ascolto dei suoi diari non facilita solo la conoscenza di dinamiche sotterranee nella storia di quei giorni, è anche uno spaccato su una psiche segnata da ambizione senza limiti unita al culto intransigente delle idee del suo Führer,  assorbite dalla lettura del Mein Kampf e tradotte in pratica con metodo e determinazione feroci.

Racconto di formazione, dunque, L’Uomo per bene allarga i suoi confini dalla storia di un uomo a quella di un popolo intero, ci mostra l’apocalisse dietro l’angolo, l’incubazione del male, la genesi di mostri studiati in vitro nel loro farsi, crescere e moltiplicarsi.
Una grande civiltà, quella germanica, andò alla deriva perdendo il controllo di sè e generando il male allo stato puro.
Com’ è potuto accadere? I fiumi di parole scritti da schiere di dotti esegeti per decifrarne il mistero non saranno mai più eloquenti di quelle dei protagonisti, se solo si sa leggerle e capirle.

Vanessa Lapa riesce in un’operazione molto complessa, costruisce un collage di immagini accompagnate da  voce esterna che legge i testi. Sono foto dell’archivio e video di repertorio, le voci simulano i protagonisti. L’impressione è di assistere al racconto di una storia vera, fatto in prima persona dal suo protagonista e da chi lo circondò. Lo spettatore ne viene immediatamente catturato, non c’è l’impersonalità del semplice documento storico né lo straniamento che la fiction può indurre. Si resta costantemente ancorati alla realtà, la storia che scorre è atrocemente vera e la conosciamo così bene da ritenere che sia stato già detto tutto, eppure lo spazio per lo stupore è tanto, il coinvolgimento emotivo inatteso.

E’ cosa che nasce dall’entrar dentro la testa del protagonista, dal sentirlo parlare della vita di tutti i giorni, dell’amore per le sue donne e per i figli con i vezzeggiativi del caso, vedendo crescere intanto sullo sfondo scenari di pura follia, allora vissuti come normalità.
Ed è questo che aiuta a capire tante cose, in primis come sia stata possibile quella convivenza delle masse con teorie aberranti e scenari di violenza inenarrabile. Realtà per noi oggi incomprensibili, per chi ha collaborato a costruirli e ci è vissuto dentro, impregnandone ogni attimo della propria vita, sono vicende normali di cui si può anche trascurare di parlare alla moglie, scrivendole o tornando a casa.
Non è la banalità del male, è la convivenza col male, il farne parte integrante del proprio mondo, convinti che sia il bene e quello il migliore dei mondi possibili.

E’ la schizofrenica follia unita alla rigorosa coerenza nel suo credo del padre che scrive alla figlia: “ Sii sempre una persona perbene, coraggiosa e gentile”. E’ l’inspiegabile capacità dell’uomo di coltivare la terra a ridosso dei lager, di veder passare i camion della morte e i vagoni piombati senza batter ciglio, di sentir puzzo di carne bruciata e continuare a far festa nei campi per la vendemmia o la semina.
E’ quello che, molto prima di Vanessa Lapa, ci ha mostrato Claude Lanzmann con il suo sterminato viaggio nella Shoah.
Himmler, con i suoi scritti privati, ci dà l’esatta misura del processo in atto nella società e nella cultura tedesche di quegli anni, ci aiuta a capire il grado di fascinazione esercitata sugli individui, poi diventati massa, da dottrine che mai si erano affacciate con tale spudorata esibizione sulla faccia della Storia.
Davanti al suo corpo steso a terra nel salotto di Gmund, una capsula di cianuro ha fatto il suo corso a guerra perduta, ascoltiamo le ultime parole a futura memoria: “Signori credo che mi conosciate abbastanza da sapere che non sono un uomo assetato di sangue o uno che ama le difficoltà. Ma d’altra parte ho un carattere così forte e un tale senso del dovere, potremmo dire, che se reputo un’azione necessaria la porto a termine senza compromessi. Vedrete centinaia di cadaveri ammassati,o 500 o 1000.

E il sopportare tutto ciò cercando, a parte qualche eccezione, di restare persone per bene, ci ha resi forti.
Ma ciò non verrà mai menzionato, e non comparirà nei gloriosi annali della storia.
Desideriamo che venga detta solo una cosa di noi: questi ufficiali tedeschi, questi soldati tedeschi, questi generali tedeschi, loro erano uomini per bene”.

Paola Di Giuseppe
Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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