domenica, Settembre 19, 2021

Man Ray a Villa Manin: la recensione della mostra

Man Ray, Emmanuel Radnitzky, ha vissuto secondo un’intima e personale dimensione temporale, capace senz’altro di aprire complesse questioni di carattere filosofico e scientifico.

La mostra segue la medesima realtà ove l’unicità temporale e l’arte stessa confluiscono in un personificato iter evolutivo.

Abbandonando (momentaneamente) l’esposizione di carattere introspettivo, la rassegna segue un ordine sinottico sviluppato attraverso una scissione semantica delle opere con una suddivisione cronologica dell’artista; le sale sono allestite con neri e bianchi pannelli minimalisti, volti a coprire la sfarzosità barocca di Villa Manin, (nettamente in contrasto con la mostra) lasciando intatto il totale clima artistico di carattere Noir.

L’esplorazione inizia con ”Gli anni Americani”,  introducendo ”La formazione artistica dell’artista americano” dalla ”scoperta del nudo” sino ad arrivare alla ”colonia d’artisti di Ridgefield”. Illustrando, successivamente, gli ”Echi Cubisti” e le influenze con l’artista amico e collega ”Marchel Duchamp”.

Prosegue l’iter storico ”Da New York a Parigi” ed il pionieristico ”Confronto con le Avanguardie” introduce un repertorio artistico ”Dadaista e Surrealista” di foto e quadri.

Attraverso l’apertura dell’atrio, che irrompe sui due livelli, con eccentricità e spazialità, completamente oscurato, allestito e dotato della possibilità di sedersi, il percorso  si sofferma – distaccandosi da fotografie, quadri ed oggetti – per rifiatare nelle suggestive e avanguardiste pellicole dell’istintivo regista.   

Materiale filmico di notevole fattura, volto alla testimonianza di una rara completezza artistica, reso ancor più affascinante dall’accompagnamento musicale (in sottofondo) realizzato da Teho Teardo, affermato compositore, musicista e sound designer: polistrumentista volto ad indagare il rapporto tra musica elettronica e strumenti tradizionali; autore della  colonna sonora de “Il divo” di Paolo Sorrentino, con cui ha vinto il David di Donatello, “L’amico di famiglia”, “Diaz” e “La ragazza del lago” e recentemente autore di bizzarre forme liederistiche condivise con il grande Blixa Bargeld.
Dall’atrio s’effondono, timidi, su tutta l’eccentrica area, i continui motivi musicali, ampliando ed amplificando il senso suggestivo di solenne ammirazione e stupore verso l’ironico e provocante fotografo d’adozione parigina.

E dalla fotografia l’esplorazione continua toccando il periodo della ”Vita dell’artista a Monteparnasse”, attraverso gli scatti agli ”Amici artisti”, alle sue ”Compagne e Muse ispiratrici”: ”Kiki, Meret, Nusch” e ”dalla Moda alla Mode au Congo”.

S’indaga il mondo delle ”Fotografia” attraverso tematiche quali le ”Tecniche e Sperimentazioni” (Clichè Verrem, Rayographs, Solarizzazioni) e i copiosi esempi di ”Autoritratto, Ritratto e Nudo”.
Infine, l’analiticità tecnica e meccanica si fonde con il sentimento e con le ”Riflessioni sulla pittura, il Corpo, il Volto”, facendo sfoggio dei ”Dipinti”, dell’analisi della ”Femme Mécanique” , del ”Voyerismo e Sadismo” e dell’emblematico valore simbolico nutrito da Man Ray verso sua moglie ”Juliet”.

Da quest’ultima si conclude un percorso psicologico oltre che artistico; dettato dalla profondità individuale nella ricerca di un concetto cognitivo su cosa possa essere l’Arte.
Seppur spesso tale concetto venga (giustamente) sindacato dal  ”senso di gradevolezza”, la mostra riesce nell’intento di formare ogni pagante ed istruirlo secondo il principio rivoluzionario di Man Ray, ove: qualsiasi oggetto s’appropria d’una valenza artistica dal momento in cui l’artista stesso concepisce la sola naturale esistenza dell’oggetto come ”opera d’arte”.

Più di tutto, quest’ultimo pensiero, con tutte le sfaccettature che hanno fondato il pensiero e la prassi di Man Ray, è la prova solida di corpus di opere di raro fascino e singolarità.
Un’esposizione dall’assemblaggio labirintico; quasi ad emulare un viaggio d’ambientazione onirica all’insegna della geometria, della sperimentazione luminosa e dell’unione simbolica tra l’esistenza umana e meccanica.

Luca Lippoli
Luca Lippoli, classe 1994, studente del DAMS e pugile agonista, ha una devota passione per la settima arte.

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