sabato, Settembre 26, 2020

Nabat di Elchin Musaoglu – Venezia 71, Orizzonti

Nabat si muove in paese dilaniato dai conflitti bellici, condannato alla devastazione, all’oblio della memoria, dove a rimanere sono solo gli anziani, mentre i giovani abbandonano il paese in cerca di salvezza o costretti ad arruolarsi. Tutto si anima di una prospettiva nostalgica, tra le macerie di un paese spopolato, ma dove sopravvive però imperterrita una “sterile fertilità”, un’abbondanza di latte e nessuno a cui darlo, una madre privata del suo unico figlio. È nell’emblematica scena iniziale, in cui Nabat scende con due barattoli piene di latte: sono i due seni materni, il simbolo, l’elemento eloquente della sua condizione di madre tenace.  Ma è un significato espresso sublimemente anche nell’immagine dell’albero di cachi, dai polposi frutti su rami spoglie e secchi; una metafora perfettamente centrata, per esprimere la condizione della donna e del paese intero.

I movimenti di macchina sono lenti, geometrici, tra i dislivelli delle colline e le strade serpentine. Un ambiente in cui persiste un vuoto, come quello tra le foto dei due genitori sulla parete della casa, in cui un tempo era appesa l’immagine del figlio, scomparsa e dimenticata, uno spazio vuoto e avvilente, come il sacrificio da martire del giovane in una guerra senza senso.

La continua minaccia delle bombe rimanda alla costante condizione di precarietà di una vita giunta al suo punto estremo ma a cui si resta ancora legati, o meglio, appesi, come i cachi sui fragili rami, tra la vacua routine, come attendendo qualcosa di indefinito, ancora fedeli alla speranza, ma pur consapevoli della propria condizione di attesa, di sospensione prima della definitiva, fatale, caduta della bomba; distruzione ed estinzione di una generazione che porterà con se una cultura, una memoria, un mondo.

Ma nonostante la sua vita meschina, quello di Nabat è un modo di combattere, un tipo di resistenza che differisce ma non si discosta molto da quella di Nilvona Vlasova, “La madre” di Pudovkin, entrambe spinte da un bisogno di affermare e rafforzare la propria libertà e dignità. Il suo è il rifiuto di accettare e cedere alle barbarie. Vaga nel paese ormai deserto, con l’unica compagnia di una mucca senza più latte, varca ogni soglia, casa per casa, ripulendole dai calcinacci ed accendendo una lampada ad olio ad ogni finestra, ridando vita alla città fantasma, penetrando nell’intimità di ogni famiglia e lasciando il suo influsso – ottimistico o illuso che sia – illuminando con la sua speranza una realtà condannata alla morte.  Ecco allora rinnovare il suo sostegno fertile, il suo compito di madre. Raccoglie le foto abbandonate nella polvere, si fa conservatrice di memoria, fino a tenere viva la fiducia, la coscienza e l’ideologia.

Quelle di Musaoglu sono immagini eidetiche, quadri carichi di pathos, così poveri e così ricchi (come gli alberi spogli ma carichi di frutti), essenziali e consistenti, densi di significato e dall’eccelsa ricercatezza fotografica. Un film poetico, dall’assordante silenzio.

Andrea Schiavone
Andrea Schiavone
Andrea Schiavone, appassionato di cinema ha deciso di intraprendere studi universitari in ambito cinematografico. Laureatosi in Arti e Scienze dello Spettacolo alla Sapienza di Roma ed attualmente studente magistrale in Cinema, Televisione e New Media alla IULM di Milano.

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