martedì, Settembre 29, 2020

The Duke Of Burgundy di Peter Strickland – Torino Film Festival 32, Concorso: la recensione

The Duke of Burgundy è un film tutto al femminile, popolato di personaggi che si muovono in un contesto sospeso tra la fiaba e l’incubo, tra i desideri e le paure. Un film che si apre a disparate interpretazioni metaforiche. Le dinamiche relazionali tra le due donne assumono delle connotazioni ambigue, diventando l’una schiava dell’altra, in una incondizionata condizione di schiavitù senza uscita.

L’incipit ci introduce in una dimensione quasi da feuilleton, allo scorrere dei titoli di testa, per poi stravolgersi, percorrendo derive gotiche, in un’ambientazione di primo novecento ma allo stesso tempo sospesa nel tempo e nello spazio come un racconto fiabesco. Ma i tratti più cupi si disegnano sui volti trasparenti, in sovrapposizioni di immagini, come ritratti gotici, incorniciati e ricoperti da una patina opaca, evanescente, onirica.

Ma più che nei corpi sensuali, l’erotismo traspare dall’angosciato voyeurismo. I buchi delle serrature diventano percorsi di sguardi indiscreti, che rimandano allo sguardo scientifico freddo e indagatore delle due donne entomologhe. Così come percorso di sguardo disincarnato diventa il movimento della macchina da presa, che penetra nello spazio buio tra le gambe della mistress. La vagina diventa la soglia ad una dimensione incubica, animata da pulsioni di morte che fondono l’atto sessuale perverso con efferatezze omicide e suicide, in una visionaria sequenza paurosa e romantica al contempo, in puro stile hoffmanniano. L’esplorazione si fa morbosa, un’ossessione, un reiterare compulsivo dello scienziato che sfocia nel voyeurismo, fino a diventare feticismo, nel collezionare le migliaia di farfalle, immortalandone il loro fascino magnetico ed eternando la loro bellezza sublime.

La possessività, il controllo e la sottomissione diventano le prerogative della relazione strutturata come un gioco, una recita sempre uguale, ripetuta all’infinito, come la monotona indagine dello scienziato e come il compulsivo accumulare del collezionista. Le donne diventano esse stesse corpi vuoti, imbalsamate e incastrate in un definitivo ruolo di sottomissione. Sono involucri svuotati, come la crisalide da cui si genera l’effimera grazia della farfalla. Eloquente e ironica è la presenza dei manichini che si confondono tra le avventrici dei convegni di entomologia.

Ma le due schiave/padrone sono anche donne alla soglia della menopausa, che avvertono lo spegnersi del desiderio, e lo compensano, lo sublimano con pratiche alternative, fetish estremo, dal pissing al choking. È forse una riflessione sulla figura della donna, incastrata in un ruolo, limitata a semplice corpo-oggetto e destinata alla ripetizione vacua e infinita di una vita chiusa, relegata tra le mura domestiche, rinchiusa come dietro i vetri di una teca da collezionista.

Andrea Schiavone
Andrea Schiavone
Andrea Schiavone, appassionato di cinema ha deciso di intraprendere studi universitari in ambito cinematografico. Laureatosi in Arti e Scienze dello Spettacolo alla Sapienza di Roma ed attualmente studente magistrale in Cinema, Televisione e New Media alla IULM di Milano.

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