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The Humbling di Barry Levinson – Venezia 71, Fuori concorso

“Come attore, sono arrivato alla conclusione che non riesco più a distinguere una scena di un dramma dalla vita reale. Sono una cosa sola.” Così commenta la propria esistenza, in apertura del film, Simon Axler, il personaggio interpretato da Al Pacino nel nuovo film di Barry Levinson.

Simon è un famoso attore di teatro che cade in depressione e tenta il suicidio dopo aver perso senza alcuna apparente ragione il dono della recitazione. Il mondo nel quale ha vissuto per anni, quello del palcoscenico, fatto di luci, sudore e passioni smette improvvisamente di donargli la forza vitale che gli dava motivo di esistere. La sua intera esistenza si basa sulla recitazione e il teatro e per questo motivo non riesce a smettere di attivare un filtro di comprensione sulle possibilità interpretative che anche l’interazione con le persone comuni con cui interagisce gli suggeriscono, anche se questi esprimono direttamente sentimenti e paure. Ossessionato dal suo lavoro è in un costante stato di trance e la sua carriera si interrompe proprio quando sulla soglia dei settantanni, lo stimolo svanisce.

Il film di Levinson, nella battaglia tra finzione e realtà, analizza profondamente la figura di un attore affrontandola come fosse una tra tante ossessioni, quella che mette al centro della propria vita un unico oggetto del desiderio.

Realizzato in pochissimi giorni di lavorazione e con spirito indipendente, The Humbling è un film che trasmette un forte senso di intimità allo spettatore, passando dal registro della commedia a quello della tragedia anche all’interno di una sola sequenza, con una prossimità quasi tattile alla performance di Al Pacino, grande veicolo di emozioni che vanno verso l’esterno ma allo stesso tempo, capace di sfiorare attimi di vera e propria introspezione, raccontando anche un pezzo di se e del suo essere attore.

Quando Simon, dopo essersi guardato e parlato allo specchio prima di uno spettacolo, prende le due maschere della commedia e della tragedia, accostandole al viso, Levinson ci fornisce una traccia diretta e semplice, ma che risuonerà per tutto il film, in questo continuo entrare e uscire dalla commozione al divertimento.

Levinson, che è un narratore classico, punta dritto al cuore e grida contro l’ipertrofia della società mediale, ormai incapace di distinguere un’immagine dall’altra. Quando Simon, durante la sua rappresentazione del Re Lear, si toglierà la vita, il pubblico lo esalterà con una vera e propria ovazione; vera o falsa che sia quell’immagine, è un’insondabile risveglio interiore.

 

 

 

 

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