mercoledì, Settembre 30, 2020

Touch Me Not di Adina Pintilie – la recensione in anteprima

Un saggio sulla corporeità. La regista Adina Pintilie (nessuna parentela con Lucian) imposta così questo film algido, bianchissimo, che s’immerge nella pelle e nei corpi indagandone il funzionamento. Peccato, per l’appunto, che sia tutto molto algido e distante come la protagonista, filtrato da schermi in ogni dove e da un inglese vissuto come mera lingua franca, non come linguaggio spontaneo.

L’idea di partenza ricorda “Repulsion” (1965) di Polanski, ma lo sviluppo drammatico, se così lo vogliamo chiamare, va in tutt’altra direzione. Gli attori mantengono il loro vero nome e si presentano all’obiettivo come durante una seduta terapeutica. La reticenza di Laura a farsi toccare è solo uno degli elementi, un case study tra tanti. Christian, ad esempio, disabile dalla nascita, descrive la propria relazione con la “normoabile” Grit, a cominciare dalla sfera sessuale. Il film alterna il percorso privato di Laura a due tipi di scene in ospedale: quelle col padre malato e un laboratorio di consapevolezza corporea.

Laura le prove tutte: un call boy bulgaro pagato per masturbarsi, una persona trans M to F sessantenne (Hannah) che si esibisce davanti a lei dopo aver disquisito di musica classica, un coach altrettanto loquace che la tocca per farle tirare fuori la belva (tradotto: lei a un certo punto urla e lo respinge). Si finisce anche in un locale bdsm frequentato da buona parte dei protagonisti.

In sostanza, Touch Me Not gioca la carta “50 sfumature” con l’ambizione di venir proiettato all’università invece che in un multisala. Malgrado alcune delle affermazioni di Christian e Hannah spiazzino e aprano mondi, il film non si smarca mai dal paradosso di una vicinanza estrema e di una estrema freddezza che smorza l’interesse invece di acuire lo sguardo. La conclusione è quanto di meno plausibile, e l’unica cosa sexy del film è l’album degli Einstürzende Neubauten da cui è tratto un brano usato in più scene, Die Befindlichkeit des Landes (2000). Blixa & Co. tornano anche nel finale con una traccia di Grundstück (2005) ed è davvero un bel sentire. Cosa c’entri tutto questo col corpo e la sensualità non è dato sapere.

Simone Buttazzi
Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.

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