venerdì, Settembre 25, 2020

Tussen 10 en 12 di Peter Hoogendoorn – Venezia 71, Giornate degli autori

Due poliziotti devono comunicare ad una famiglia una terribile notizia, la morte della figlia. Avvertire quindi tutti i parenti più stretti, dirigersi nei posti dove lavorano, dove abitano, dove vivono. Durante la missione, il sedile posteriore della vettura si affollerà di persone che si accomodano appena, si isolano nei propri pensieri, con la consapevolezza che quello che credevano di sapere sulla vita e sulle relazioni ha subito una cruenta battuta d’arresto.

Il lungometraggio d’esordio di Peter Hoogendoorn analizza il cambiamento che avviene all’interno della routine giornaliera di una famiglia, messa di fronte ad un tragico evento; l’autore lavora con inquadrature di lunga durata e con un approccio votato al distacco, alla freddezza e alla geometria dell’immagine. Se questo da un lato propone una visione quasi entomologica che consente di osservare qualsiasi aspetto legato alla reazione emotiva delle persone coinvolte nella vicenda, inclusi i cambiamenti radicali che la stessa notizia innesca, dall’altro impedisce qualsiasi forma di empatia nei confronti di un racconto che sembra trattato con quel formalismo tipico della ripetizione minimale, quella che armonizza motivi geometrici, ritmici, estetici, con il risultato di perdere per strada obiettivi, personaggi ma anche l’attenzione degli spettatori. C’è una marcata imposizione del punto di vista del regista sulla vicenda stessa, quasi dimostrasse un terrore panico del profilmico, materiale da tenere “a cuccia”, fermo, buono e ubbidiente, non avesse a sfuggirgli un imprevisto o un’emozione qualsiasi.

Se l’idea processionale del film è interessante, dove la morte è una scoperta progressiva che unisce persone in luoghi separati, il depontenziamento emotivo non consente alcun abbraccio corale, e se anche le intenzioni fossero diametralmente opposte a quelle che porterebbero verso una maggiore empatia, far scoppiare il pianto improvviso della fidanzata del protagonista, l’unica rimasta inerte rispetto al dolore che la circonda, sembrerebbe denunciare le intenzioni di elaborare un momento apicale, un climax, che di fatto viene sgonfiato come un palloncino, vanificando sentimenti e supposte intenzioni provocatorie.

 

Federico Salvetti
Federico Salvetti
Federico Salvetti studia Cinema al DAMS di Firenze. Appassionato di videomaking, gira cortometraggi con un collettivo di Lucca

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