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Xavier Dolan – Mommy: il cinema è tutta la mia vita, l’incontro con il regista Canadese

Alla sua quinta regia, il giovane canadese Xavier Dolan si impone come uno dei più promettenti autori della nuova generazione cinematografica internazionale. Mommy, già presentato al Festival di Cannes, è un film intimo e claustrofobico, raccontato con uno sguardo inusuale, ristretto, limitato dal coraggioso utilizzo di un formato inferiore al 4:3. Sembra esserci spazio per una sola persona nei contratti quadri, o costringe due personaggi ad un avvicinamento, un contatto estremo, fungendo così da pretesto espressivo per la definizione delle relazioni.

I rapporti sono quelli tra Diane, una madre single bella e aggressiva, Steve, un figlio violento e ingestibile, affetto da una patologia mentale e Kyla, una vicina di casa balbuziente legata fortemente al piccolo e incompleto nucleo famigliare. Personaggi animati e accomunati da una stessa, illusoria, ricerca di felicità, in un mondo che sembra irrimediabilmente senza speranza ma pieno di persone che sperano.

Abbiamo incontrato Xavier Dolan in questi giorni insieme alla stampa Milanese durante la conferenza stampa per la presentazione di Mommy, in uscita il 4 dicembre prossimo nelle sale italiane. Questo il resoconto.

Mommy è senza dubbio uno dei film più interessanti dell’anno. Ti ha stupito la candidatura all’Oscar e che aspettative hai?

Sono stato lusingato per la candidatura come film rappresentante del Canada. Statisticamente Mommy era il candidato potenziale per la candidatura in quanto aveva già avuto visibilità in ambito internazionale. Io ho già conosciuto un’altra sfida del mondo del cinema andando a Cannes. Ma l’Oscar è senza dubbio una sfida diversa.

I suoi film sono incentrati sempre sui diversi aspetti del mondo famigliare. Che cosa crede ci sia ancora da indagare sulla famiglia?

La famiglia è per me un pozzo senza fondo di ispirazione. La madre, il figlio, la figlia sono degli stereotipi ma gli individui sono unici. Quindi credo che ci si potrebbero fare due film all’anno fin quando avrò ottantacinque anni, per il potenziale che offre il tema della famiglia. Ma comunque spero sempre di rinnovarmi e raccontare storie diverse. Però le famiglie sono come le storie d’amore, ci sono tante proposte che possono esistere, quindi la relazione madre e figlio non potrà mai smettere di essere una fonte.

In questo film la figura materna è stata da lei pensata sotto una luce migliore rispetto agli altri suoi film, ma nonostante ciò sembra che questo film sia crudelissimo con la figura della madre, anche per quello che lascia aperto dopo il finale. Questo lo ha fatto perché voleva che fosse un film tragico o per continuare ad accanirsi sulla figura della madre?

Io non mi accanisco sulla madre. In tutti i miei film la madre è magari un personaggio un po’ turbato, con i suoi problemi, con i suoi difetti, però sono sempre loro a vincere. In J’ai tué ma mère, la madre era lei all’inizio che davanti al preside molto macho che gli spiegava come crescere suo figlio, gli rispondeva e gli teneva testa. Il personaggio di Natalie Bay in Laurence Anyways, nonostante le sue difficoltà, alla fine era uno degli unici ad accettare la scelta del proprio figlio/figlia. In Tom à la ferme la madre è un personaggio isolato, sottratto ad ogni tenerezza e infine in Mommy lei è pronta a tutto per il figlio, perde tutto, il lavoro e la salute mentale, è pronta a tutto per lui, quindi non vedo cosa c’è di crudele nel personaggio. Io non mi accanisco sulle madri, ma con loro.

Per me è una madre coraggio, si vede la sua forza. Tante madri non avrebbero il coraggio di lasciare il proprio figlio, di rinunciare all’amore che provano per il proprio figlio rispetto all’importanza che danno alla sua vita. È la vita ad essere crudele, non lo sono io. È ciò che differenzia il personaggio dalla storia. Non posso fare un film in cui le madri saltellano in un campo fiorito, invece creo delle storie dove metto in risalto il coraggio, e la gente che ha visto il film ha sempre parlato della luce e non del buio che c’è nel film, delle scene in cui cantano e ballano. In fondo siamo in un mondo in cui non c’è speranza ma pieno di persone che sperano. E per me questa non è una scrittura crudele contro le madri, il fatto di optare per un finale tragico non c’entra.

Nel film c’è molta musica di repertorio, ci sono molte canzoni. Come sono stati scelti questi pezzi e perché?

La musica arriva molto presto nel processo di scrittura. Posso sentire una canzone e avere un’ispirazione. Mi è capitato di sentire una canzone alla radio e scrivere tutto un film (che tutt’ora non ho ancora fatto).

Ad esempio c’è il pezzo di Ludovico Einaudi che si chiama Experience. Quando l’ho sentito mi ha ispirato una scena perfetta di una donna che pensa una vita che non avrà mai, non sapevo che sarebbe stato per Mommy, ma poi si è creato il film intorno a questo. Cercavo poi un uso diegetico della musica, che fossero i personaggi ad avere il controllo della musica, non un regista che mette la musica che piace a lui ma la musica che piace ai personaggi. Infatti è Steve che aziona il lettore e che decide di ascoltare ad esempio la canzone dei Counting Crows che viene da questa compilation che avrebbe fatto il padre prima di morire. Per me è importante inserire delle canzoni che facciano piacere al pubblico, ai personaggi e anche a me, perché sono le canzoni con cui sono cresciuto negli anni ’90, e poi ricordi che fanno parte della memoria del pubblico e che durante la proiezione in sala aggiungono un valore in più al film anche a mia insaputa e fuori dal mio controllo. Per farla breve, ho scelto canzoni che sono sicuro sarebbero piaciute.

Come è nata la bellissima idea di usare il formato come cassa di risonanza dei sentimenti dei personaggi?

Per me il 6×6 è il formato classico della foto, quello utilizzato dalla Kodak per il lancio sul mercato. Ma adesso, nel 2014, quello Instagram è il formato concepito come l’ideale per il ritratto. L’ho utilizzato perché volevo un piano ravvicinato, che fosse vicino agli occhi e che non ci fossero distrazioni a sinistra e destra e volevo che ci potessimo concentrare sul personaggio sull’essere umano, e credo sia un formato così perfetto per il close up che ti impedisce di fare dei piani larghi.

Il personaggio della vicina di casa è inconsueto rispetto alla sua filmografia. Si può dire che stoni anche rispetto ai personaggi della madre e del figlio. È più sfumato, meno volitivo rispetto agli altri. La sua esperienza familiare è anche più oscura. Come mai ha deciso di inserirlo nella consueta relazione madre-figlio?

In questo film volevo semplicemente raccontare la storia di Anne e Steve e non mi piace paragonarlo con J’ai tué ma mère, anche perché sono totalmente opposti: il primo parla di una crisi d’adolescenza, di un mondo, un borghese un po’ scialbo. E quindi avevo bisogno di un altro personaggio per rendere il film diverso. È stato difficile creare un equilibrio. La prima premessa è che volevo lavorare con Suzanne Clément e l’altra premessa era la natura del suo personaggio in Laurence Anyways, che era così esplosivo, e io volevo un ruolo che permettesse a lei e a me di andare oltre, fuori dai sentieri già percorsi insieme.

Riguardo i suoi progetti futuri, si dice stia lavorando ad una storia incentrata sulla celebrità e che la protagonista sarà Jessica Chastain. Ci può dire qualcosa del progetto e perché ha scelto quest’attrice?

È la storia di una star del cinema, il nuovo James Dean, il nuovo Brando, che l’industria ama e il pubblico idolatra, si sa poco di lui, finché non si scoprirà una sua misteriosa relazione epistolare con un ragazzino di undici anni che sogna di fare l’attore e, diffondendosi la notizia nei modi più sordidi attraverso i media e i social network, la sua carriera subirà una discesa, come il mito di Icaro.

Ma non vuole essere una critica al mondo dello spettacolo, quanto più che altro un modo per mostrare come la vita privata venga intaccata dai media e anche come questi media arrivino a padroneggiare e influenzare la qualità del cinema e delle arti. Ma è anche un film che vuole divertire, realizzato sullo schema narrativo dei film di supereroi, con il buono e il cattivo… e il cattivo è Jessica Chastain.

Lei mi scrisse su Twitter per farmi i complimenti dopo aver visto Mommy, così ci siamo conosciuti e siamo diventati amici. E ho scelto per lei questo ruolo senza sfumature, decisamente diabolico. A volte quando si lavora sulle sceneggiature il personaggio tende ad assumere delle sfumature, ma questa volta è al 100% bastardo.

Quali sono le contaminazioni in positivo per il suo modo di fare cinema?

I lavori fotografici sono le mie principali influenze. Non guardo film mentre sto girando. I film della mia infanzia non ho poi bisogno di rivederli, perché li ho dentro di me. E quando parlo di questi film parlo di: Mamma ho perso l’aereo, Batman o Titanic. Mi ispiro molto alla moda e quindi alle foto. Compro anche molte riviste e libri di fotografia, da Hopper a Bosh, da Caravaggio a Matisse. Queste sono cose che mi nutrono molto. E devo dire che ho poca cultura cinematografica e a volte me ne vergogno anche, ho visto pochi film. Per me però vedere il film di un altro autore mi ispira poco, magari mi porta a riflettere, però credo di più all’ispirazione più che all’influenza. Come ad esempio la luce di Golden è stata quella utilizzata per Mommy, calda, non calibrata e amorosa. L’influenza è invece guardare qualcosa ed imitarlo. Mi piace quindi invece credere nel carattere mistico dell’ispirazione e, come il telefono senza filo potrei farvi vedere un’immagine in cui io ci vedrei delle cose che mi hanno ispirato ma voi non ne vedreste nessun legame.

Quanto c’è nel personaggio di Steve il ragazzo che è stato Xavier Dolan?

Il personaggio di questo film più ancorato alla mia realtà è senz’altro Steve, non tanto per il suo umorismo, ma per la sua violenza. Da piccolo ero molto violento, lottavo e picchiavo costantemente, senza che gli altri capissero perché. Poi mi sono calmato un po’ con l’età e ho trovato nel cinema un canale per sfogare questa energia. Può essere la rabbia contro la società, contro un certo gruppo di persone che usano l’ostracismo, che mettono certe categorie dentro contenitori per paura di quello che provano. E infatti i miei personaggi si ribellano sempre alla società e cercano di unirsi tramite lo sguardo della gente normale. Così è anche Steve. Però egli soffre anche di una malattia mentale (e io no, grazie a Dio) e non ha medium diversi per esprimere la sua rabbia.

E comunque io ho ancora una grande violenza dentro di me, che spesso sfogo sul mio iPhone.

Il suo è un cinema viscerale, onesto e coraggioso. Quanto, questo suo cinema e quello degli altri, può aver avuto un effetto curativo su di lei?

Il cinema è tutta la mia vita. È il medium che ho trovato per esprimere le mie paure, le preoccupazioni e i sogni, è il motore della mia vita. Quando non sto girando è come se stessi aspettando il prossimo film. In questo momento mi piace la mia vita, ho una famiglia e degli amici, sto viaggiando tanto con Mommy per portarlo nel mondo ma è come se una parte di me stesse dormendo (il che è ironico, perché ultimamente non sto dormendo affatto). C’è questa parte di me che sta aspettando di creare. È curioso come, quando si decide di lavorare nel cinema, sembri che non si sia più capaci di vivere la vita reale, la musica che ascolto non l’ascolto per me, nel mio salotto, ma è musica che metterei nel mio film, la luce che vedo è luce che magari non mi serve per i miei film e la luce dei miei film non è la luce del mio mondo, i luoghi sono quelli che vorrei filmare invece di quelli dove vorrei vivere e i costumi… sì, i costumi sono quelli che piacciono anche a me… Però non ci penso troppo, perché se mi soffermo a pensare mi sembra strano, è come vivere per procura. Il mio cinema è come vivere, respirare, e il cinema degli altri è come un’estensione di questo, adoro vedere il cinema degli altri, è come l’aria che si respira. E quello che è strano è che le immagini che vedo oggi nella mia vita le apprezzo per quello che sono molto rapidamente, perché il mio modo per apprezzarle è metterle in un film e adattarle per un personaggio e per il pubblico.

Mommy è un film molto intimo, passionale, intenso, complice anche il formato dell’immagine. Sarebbe quasi adatto allo spazio limitato di un teatro. Ha mai pensato di portare questa storia in un teatro?

No, non ci avevo mai pensato, ma grazie per l’idea.

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