Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Anomalie nel contrappunto, negli intervalli e nell'andamento armonico: così nella musica barocca, (le cosiddette figurae o licentiae) come nel cinema di Green. Terzo dei sei approfondimenti dedicati al registra Francese e scritti da Paola Di Giuseppe... 

Di

Sarah (Natacha Régnier) é un giovane talento musicale di formazione classica, sta studiando le complesse sfumature di un madrigale barocco sotto la guida di Guigui (Denis Podalydès), l’ “innominabile”, così lo chiamano gli allievi, figura abietta e istrionica, capace di umiliare Sarah con inaudita violenza verbale, rompendo in lei il fragile legame con la vita. Nella Parigi degli anni ’70 il ponte verso la morte é il Pont des Arts. Da lì Sarah si butta suicida nel fiume. Il brano musicale, ponte tra la vita e la morte, é il Lamento della Ninfa, “canzonetta” di argomento pastorale dall’ VIII Libro dei Madrigali di Claudio Monteverdi. Manuel (Alexis Loret), il ragazzo di Sarah, é un programmatore elettronico, si sforza di capirla, ma i due mondi sono lontani e le profonde vertigini di lei si risolvono nel silenzio, lui non può essere un sostegno valido per reagire alla sua solitudine e alla decisione di morire. Pascal (Adrien Michaux) e Christine (Camille Carraz) sono l’altra coppia del film, vite parallele che il montaggio alternato fa convergere in singolari coincidenze. Manuel regala a Sarah per Natale le poesie di Michelangelo (uno studioso tedesco – dice Sarah – sostiene che sia lui il padre del barocco), il giovane tenta volenterosamente di fare passi nella sua direzione, ma l’incubo notturno di Sarah é rivelatore della distanza siderale fra idue. La mano di Sarah sul libro di poesia, al risveglio, stabilisce quel contatto metafisico con Pascal che culminerà sul Pont des Arts. Pascal é in crisi. Fidanzato con Christine, ambiziosa studentessa di filosofia, ha deciso di abbandonare la sua tesi di master, “Trascendenza materialista nell’opera di André Breton “, con gran disappunto di lei. Preferisce restare a letto piuttosto che seguire le lezioni sul Surrealismo di Jacques Vaché che una prof. molto ispirata tiene ad allievi semi-ipnotizzati, mentre lui, annoiato, schizza la sua caricatura in un siparietto di gustosa ironia.

La poesia di Michelangelo sembra l’unica cosa che lo interessi, porta il libro con sé dovunque, legge sonetti all’amico Michel, li recita in lingua originale, ma intanto il rapporto con Christine si corrode sempre più fino a rompersi. La seconda coincidenza dei destini, e quella più determinante, é il regalo di Natale di Christine a Pascal, la registrazione dei Madrigali amorosi di Monteverdi, “di un nuovo ensemble francese – spiega lei- Les Delices Triomphantes.

Il lamento della ninfa é cantato da Sarah.

 “Nell’”aria” del Seicento […] la voce si adagia con una sua fisica e terribile materialità, é come sangue caldo, é quella carnalità grassa e un po’stanca che la figura umana assume nella pittura dell’epoca. ( Massimo Mila, Breve storia della musica, Einaudi, 1963, pp.128 )

 Pascal non conosce quella musica e ascolta il canto mentre legge un sonetto di Michelangelo:

Veggio nel tuo bel viso, signor mio,
quel che narrar mal puossi in questa vita:
l’anima, della carne ancor vestita,
con esso é già più volte ascesa a Dio.
E se ‘l vulgo malvagio, isciocco e rio,
di quel che sente, altrui segna e addita,
non é l’intensa voglia men gradita,
l’amor, la fede e l’onesto desio.
A quel pietoso fonte, onde siàn tutti,
s’assembra ogni beltà che qua si vede
più c’altra cosa alle persone accorte;
né altro saggio abbiàn né altri frutti
del cielo in terra; e chi v’ama con fede
trascende a Dio e fa dolce la morte
Rime, di Michelangelo Buonarroti, Universale Laterza, Bari, 1967 )

Sinestesia di parole e musica, la voce di Sarah é ormai in lui, sarà il suo canto a impedirgli il suicidio e il film svilupperà da qui la sua seconda parte, gli ultimi tre dei sei movimenti in cui é diviso, fino all’epilogo annunciato. Dal Pont des Arts Sarah é sparita la notte in cui ha sentito incolmabile la separazione fra corpo e anima, l’amore di Manuel non é bastato a trattenerla. Lì tornerà per incontrare Pascal, in una trasfigurazione orfica in cui le loro essenze antitetiche, fisica e spirituale, si rivelano come l’unica realtà autentica nella luce del giorno, quando i lampioni si spengono e il sole disegna due ombre abbracciate che diventano una sola.

Orfeo é riuscito a portare la sua Euridice oltre le mura dell’Erebo, nella luce della vita che solo la musica può evocare perché: “… esplora l’anima umana e il mondo, o meglio, vi si identifica, addentrandosi con oscura interiorità  […] libertà che tende addirittura alla suprema fusione, all’abbattimento di ogni barriera fra materia dell’arte e materia umana, vocalità intesa come sentimento e come sostanza fisica dell’uomo. Sono momenti di verità che non legano tra loro in sistema, e ai quali non si perviene dall’esterno con un raziocinio d’argomentazioni: sono posseduti materialmente in una momentanea folgorazione.”  ( Massimo Mila, cit., Einaudi, 1963, pp.128-129 )

L’arte ha compiuto la sua diegesi, ha riempito lo spazio tra il reale e l’ideale, la bellezza della voce di Sarah ha tradotto in realtà quella “teoria degli affetti” che la musica barocca creò sulle cartesiane passions de l’âme (meraviglia, amore, odio, desiderio, gioia e tristezza) e una metrica nuova e libera assegnò alla musica quel ruolo che già nel ‘400 Marsilio Ficino le attribuiva: “muovere gli affetti, suscitare o placare le passioni umane”. Le fragili relazioni umane, le circostanze che portano la vita ad esiti volubili, la mancanza di continuità negli affetti, sottoposti alla logorante tirannia del qui e ora che svuota passioni e appiattisce tensioni ideali, in Le pont des Arts sono al centro di una storia paradigmatica della condizione dell’uomo, oscillante fra realtà e immaginazione, transeunte ed eterno, arte e vita. Sarah e Pascal, lontani nella dimensione fisica, s’incontrano in quella dell’arte, la morte é il loro punto di convergenza, la musica il medium di quell’incontro. Oltre il visibile.

Come Bresson e Ozu, Green attua una de-spettacolarizzazione che rappresenta per sottrazione, sceglie il non dire e  il non mostrare, anticipa le immagini con la musica. Nella sequenza del teatro , a cui assistono Pascal e Michel, lente carrellate laterali scorrono da sinistra a destra e ritorno, la ripresa é solo sul volto degli spettatori e sulle didascalie che traducono la storia di Tenko, con l’apparizione dello spettro sul ponte. Il Nō-gaku, musica di flauto e tamburi regolati su una scala tonale limitata e ripetitiva, accompagna il kakegoe, suono gutturale di voci che inducono il pubblico a quella sorta di trance rituale che rende partecipi della rappresentazione, in una dialettica intima con le vicende in cui si identifica.

La semplicità dello spazio scenico del teatro e la ricchezza dei suoi riferimenti simbolici  trova nel cinema di Eugène Green corrispondenze profonde. Una grazia leggera scorre nelle riprese ariose dei luoghi, nel senso del colore, che la fotografia di Raphaël O’Byrne armonizza con le linee e i volumi di una Parigi monumentale e quotidiana insieme, nel tocco leggero e discreto dello sguardo sugli oggetti (una copia di Morte a Venezia appare un paio di volte, seminascosta, sul tavolo accanto a Christine che incombe su Pascal, estenuato von Aschenbach post–litteram, dettandogli doveri e scadenze). L’intelligenza profonda dell’agire umano è resa nei primi piani dei volti, nella ripresa ritmica del camminare, nei silenzi tra parola e parola, nelle parole. Umorismo raffinato e libertà espressiva suggeriscono al regista le sue apparizioni fugaci (qui fa il cameriere nel bar dove passano, sconosciuti, Sarah e Pascal) o sequenze in cui la satira si fonde al disgusto. Significativa quella al ristorante, con i tre raffinati intellettuali gay (fra cui l’ “innominabile”), cricca di potenti ammiccanti e maliziosi dediti allo scambio sessuale dei loro giovani “amministratori”, o la pérformance drammaturgica di uno dei tre, truccato da Fedra, con recita di brani di Racine ad uso e consumo del boy di turno, annoiato e ignorante. Non mancano neppure simpatiche incursioni nei remerciement fra i titoli di coda (Gérard, maître des animaux ai Giardini del Lussemburgo, è ringraziato perché pare abbia mostrato gran sangue freddo quando il poney Hercule è caduto in preda a crisi d’isteria equina! E si ringrazia di cuore anche M.me Cochlias per i preziosi insegnamenti sur les moeurs galantes delle lumache…!)

Anomalie nel contrappunto, negli intervalli e nell’andamento armonico: così nella musica barocca, (le cosiddette figurae o licentiae) come nel cinema di Green.

Le suggestioni, la coesistenza di più piani di comunicazione, la musica che si avvicina alla parola e diventa eloquente, persuade l’animo perché vi arriva senza mediazioni, tutto collabora a creare quel ponte tra la vita e la morte in cui la morte si annulla e la vita diventa canto, poesia, immaterialità tangibile e, infine, pulsione creativa.

Paola Di Giuseppe

Eugène Green
Le Pont des Arts
Francia - 2004

Con Adrien Michaux, Natacha Régnier, Alexis Loret