domenica, Marzo 7, 2021

Eugène Green, il mondo vivente 4/6: Les signes (Francia, 2006)

“Souvent ce que tu sais, tu ne le sais pas; ce qui est en toi, est loin de toi; tu n’as pas ce que tu possèdes.”

Jacques-Benigne Bossuet

Un pensiero di Bossuet declina in apertura la teoria degli opposti; in chiusura il trittico fotografico di Maitetxu Etchevarria trasforma in immagini enigmatiche luoghi in apparenza familiari e dà ai colori saturi della realtà la dimensione vaga del sogno; un ensemble barocco esegue sui titoli di testa Muzette, una ciaccona di Marin Marais, poche linee melodiche che si ripetono nella polarità fra il basso continuo e il gioco libero delle voci strumentali superiori; il mare che si offre placido allo sguardo é lo stesso che ha portato via dieci anni prima il pescatore, e invade il campo visivo fondendo la voce fresca della risacca con quella stridula dei gabbiani. Sono questi i segni di una mise-en-scène in cui un passato lontano (il pescatore scomparso in un naufragio e mai più tornato) continua ad essere un presente ossessivo, evocato dalla lanterna accesa sulla finestra di fronte al mare, dalle parole della moglie e dei suoi due figli, dalle domande dello straniero solitario che appare all’improvviso nel porto.

E’ un evento che sembra aver fermato il tempo per la donna (Christelle Prot) e per Daniel (Achille Trocellier), adolescente fragile e ribelle, in conflitto con la madre che accusa di credere alla morte del padre. Aveva cinque anni, allora, e adesso si aggrappa all’idea che lui non fosse sulla nave scomparsa in mare. Samuel, il piccolo (Martin Charvet), non ha conosciuto il padre, ha una sua calma filosofica che si esprime nella passione per la lettura di Tintin e per i puzzles, ama restare da solo in casa sulla grande poltrona ed é lui a ricevere il pacco con i tre quadri su cui si chiuderà l’ultima scena del cortometraggio, immagine di sapiente equilibrio formale fra i piani: i tre protagonisti di spalle e le tre candele accese davanti al trittico in cui ognuno rispecchia la propria identità nel percorso della vita. Il trauma convive con la semplicità lineare delle loro vite, degli oggetti che li circondano e delle parole che dicono, suscita reazioni diverse in ognuno di loro, e il mistero insondabile che Green fa affiorare dalla concretezza della vita quotidiana rimanda alle riflessioni di Novalis sulla vita:

-… conferire all’ordinario un senso elevato, al consueto un aspetto misterioso, al conosciuto la dignità dell’ignoto, al finito un’apparenza infinita …-

Il tempo di queste vite in attesa trascorre lento a Ciboure, piccola città basca di pescatori di fronte all’Atlantico, scandito dal ritmo delle onde che continuano ad infrangersi senza sosta sugli scogli, quando emerge dal nulla l’uomo (Mathieu Amalric) che Daniel incontra al porto. Più tardi lo vedremo al bar con la madre di Daniel, bevono sidro e parlano seduti di fronte. Forse marinaio anche lui, é lo “straniero”, e fa le domande che nessuno ha mai fatto:

Hai chiesto ai gabbiani dov’é tuo padre? I gabbiani volano intorno al mondo, sanno tutto. Il loro grido nasconde  parole. Li ascolto spesso, quando non comprendo più le parole degli uomini”.

L’uomo che domanda é colui che non ricorda più nulla di sé, ha reciso la memoria che impedisce al desiderio di essere in tutti e in nessun luogo, lì dove le cose diventano luoghi di senso e la legge del divenire regola l’ordine cosmico. La fugace apparizione di Eugène Green, seduto al bar mentre sorride divertito, leggendo anche lui Tintin con Maitetxu Etchevarria, segna l’ingresso della donna e il passaggio al momento successivo della storia, quello della consapevolezza, dopo il colloquio con lo sconosciuto. La vita é un viaggio fatto di partenze e di ritorni, e colui che parte tornerà quando sarà diventato saggio, dunque quel pescatore scomparso forse un giorno potrà tornare.

L’altra domanda, quella che nessuno ha mai fatto alla donna é: “ Riconoscerà l’uomo che ha aspettato per dieci anni?E lei, sarà la stessa di allora?”

Tornerà, infatti, un uomo diverso, il presente é solo parte di un lungo cammino e non si vive mai lo stesso giorno.
Dice il regista riferendosi al suo ultimo romanzo: “I miei personaggi principali sono in generale in cerca di una conoscenza spirituale, e una comunicazione reale si stabilisce tra di loro attraverso l’assenza – di solito per mezzo di una persona o di un elemento intermediario [… ] Questo schema si ripete d’altronde nel mio ultimo romanzo, La communauté universelle, nel quale i due componenti di una coppia seguono un percorso di ricerca spirituale, separati, ma nella stessa città straniera, e sono messi in relazione grazie a una terzo personaggio e a dei fantasmi” (( Intervista a Eugène Green in Doppio Zero ))

Il piccolo Samuel sarà il tramite della nuova comunicazione, il suo é lo sguardo innocente sul mondo, nei suoi giochi di bambino riassembla i pezzi di un vaso rotto, riconosce il passo del fratello sulle scale, riceve il misterioso pacco del trittico senza stupore, per lui é un puzzle che dispone tranquillo sulla mensola. Samuel é l’infanzia inconsapevole che legge il significato profondo dei segni. “Ora possiamo vedere quello che non era possibile prima” , dice Daniel davanti ai quadri illuminati dalle candele. La scena é carica del composto raccoglimento di un rito religioso, piccolo evento sacro, “ierofania”, nel lessico di Mircea Eliade. “E’ una magia, ma io non ho paura”, risponde Samuel, e le sue parole esorcizzano la carica negativa di un passato vissuto come ossessione. Ora la vita ricomincia a fluire, mentre il lume sul davanzale brilla ancora più forte. Opera breve, Le Signes ha la completezza di un lungometraggio. La macchina compie pochi movimenti, riprese in campo medio, frontalità prevalente sia in esterni che in interni, solo il mare é presente in ampie panoramiche, mentre ai primi piani dei protagonisti é affidato il pensare per immagini. Scarne sequenze di una realtà semplice si riempiono di connessioni e rimandi, la sintesi narrativa impone un modo nuovo di guardare e un tema antico, il viaggio, ritorna nel tessuto sottile di un film sostanzialmente immobile. E’ il viaggio compiuto, forse un naufragio o forse un ritorno costantemente rimandato, ed é il viaggio possibile nel futuro, ora che le domande sono state fatte e quello che rimane ancora da dire é affidato alla scoperta di sé e del mondo.

Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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