Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Mini-film, come Green definisce i suoi corti, realizzato per Memories del Jeonju Digital Project 2007, quinto dei sei approfondimenti sul cinema del regista francese curati da Paola Di Giuseppe... 

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Mini-film, come Green definisce i suoi corti, realizzato per Memories del Jeonju Digital Project 2007, primo premio a Locarno insieme con Pedro Costa e Harun Faroki, Correspondances si apre con un verso di Rilke: “Ein  jeder Engel ist Schrecklich” ( R.M.Rilke, Elegie Duinesi, 1 )

(Degli Angeli ciascuno è tremendo). E’ la prima delle corrispondenze disseminate nel tempo  breve del film, poi, sulla tastiera, le mani di Virgile (François Rivière) scrivono a Blanche (Delphine Hecquet) per parlarle del suo amore, l’ha incontrata una sola volta e non l’ha più dimenticata.

Blanche non si ricorda di lui, questo amore che Virgile le confida la turba, risponde: “Viviamo su due pianeti diversi… voi siete per me come un fantasma… come potete amarmi? Non ci siamo mai parlati …”. Virgile scrive mail alla luce di una candela, nel silenzio rotto dal ticchettìo la stanza è immersa nel buio e le mani scorrono leggere nel cono di luce. “La parola richiama la parola”, e Virgile non ha esitazioni, vincerà la diffidenza di Blanche. Homme des mers è il suo nome in mail, lui sa che: “quando nasce una corrispondenza è l’eco di qualcosa di visibile, come la parola”, negli occhi di Blanche ha trovato il suo riflesso e ha letto il cammino di lei, scriverle è stato il modo naturale perché la luce diventasse traccia da seguire in una scrittura che è ascolto interiore, corrispondenza rilkiana con quell’anima mundi dove elementi soprannaturali si fondono con la concretezza della realtà fisica:

Degli Angeli ciascuno è tremendo… La bellezza che da voi defluisce la riattingete nei vostri volti…
Ancora non sai? Getta dalle tue braccia il vuoto e accresci gli spazi che respiriamo
; sentiranno forse gli uccelli l’aria ampliata in più intimo volo. Sì, certo, le primavere avevano bisogno di te. Qualche
 stella s’aspettava che tu la rintracciassi. Montava 
un’onda dal passato, in qua, o
 mentre tu passavi sotto una finestra aperta
 si donava un violino.” (( ibid. ))

Il Magnificat dal Vespro della Beata Vergine di Monteverdi è la corrispondenza sonora con la figura di intensa bellezza umana dell’Annunciata di Palermo di Antonello da Messina, immagine più volte ricorrente durante il dialogo di Blanche con Virgile, Madonna assorta davanti al leggìo in un pensiero che le fa tendere la mano destra, mentre con l’altra chiude il manto sul seno. Quel gesto è evocato da Blanche nella mano tesa verso Eustache (Clément Cogitore), il giovane sconosciuto che l’amava e scelse di morire, lasciando in lei un profondo senso di colpa. Il pensiero di quella morte, di cui si é sentita involontaria responsabile, ha creato in lei barriere che impediscono il fluire naturale della vita. L’amore di Virgile le dissolve e torna a scorrere quella vita che “… non finisce mai – dice la voce del giovane – la vita è nata dal mare e  nascerà di nuovo…” Un amore immateriale, fatto solo di parole scritte, diventa così reale “nella luce della parola”, Blanche ha accolto la parola di Virgile che le annunciava la vita attraverso l’amore:

Ho visto la parola che mi avete annunciato, voi mi avete detto che questo amore esiste in voi, Virgile, voi l’avete fatto esistere in me, Blanche, dunque é reale”. La presenza fra loro di Eustache si materializza quando questa verità si manifesta, solo allora egli trova la sua pace e, libero dai fili invisibili stretti intorno a lui dal pensiero di Blanche, va verso un’esistenza diversa da quella materiale, ma non meno reale. “Liberate Eustache,- chiede Virgile– fatelo andare al mare attraverso il nostro amore, fa parte del nostro amore, non ci saranno più frontiere se il nostro amore diventerà reale”.

Nel canto delle Elegie Duinesi di Rilke ancora una corrispondenza con Green nel cogliere i rapporti misteriosi fra l’uomo e le cose, gli Angeli, i morti: “Ma noi, che abbiamo bisogno 
di sì grandi misteri, quante volte da lutto
 sboccia un progresso beato: potremmo mai essere, 
noi, senza i morti?”

In una distillazione estrema di poetica, fra le Correspondances magiche di Baudelaire e il principio cosmico di Rilke, Correspondances di Green trova il suo posto in una rarefatta ierofania di icone, l’elemento sonoro opera solo in funzione didascalica, il vero flusso comunicativo si svolge lì dove l’invisibile diventa visibile, nella parola trasportata dal medium informatico, suggestiva apertura alle nuove e infinite possibilità della comunicazione. Tre giovani al loro incontro con l’amore e la morte entrano in un gioco di corrispondenze che dilatano lo spazio fisico, le loro parole costruiscono realtà nella dimensione virtuale, ma non è il racconto con il suo sviluppo narrativo ad interessare il regista. La messa in scena è ridotta al minimo, in un’ascetica parsimonia di mezzi espressivi, i primi piani prevalgono, i dettagli sono segni che, collocati al centro dell’inquadratura (un berretto, il libro che Blanche sta leggendo, la maniglia della porta) parlano, e la creazione illusionistica è chiamata ad esercitare sulla realtà tangibile, meno consistente e chiara della finzione stessa, una funzione regolativa ed interpretativa.

Voglio ritrarre il carattere di un uomo eliminando tutti gli espedienti drammaturgici, voglio far sentire alla gente cos’è la vita senza necessariamente servirmi delle peripezie del dramma”  ( in Ozu on Ozu: The Talkies, in Cinema, 6, 1971, p. 5 )

Sono parole di Ozu, uno dei numi tutelari di Green. Espressione di ricerca spirituale e forma di quella necessità interiore che spinge l’uomo all’incontro con l’altro, nell’amicizia o nell’amore, il cinema di Green riconsegna alla parola il suo statuto epistemologico originario, cogliere le corrispondenze misteriose dell’anima. Le immagini diventano parole anche quando queste sono assenti, come nei lunghi sguardi in macchina per stabilire dialogo con lo spettatore, come nel muto, a cui questo film fa spesso pensare.

La scrittura è  protagonista assoluta, la parola veicolo di comunicazione profonda, scoperta di corrispondenze infinite e, infine, “pratica di godimento legata alle profondità pulsionali del corpo e alle produzioni piú sottili, e piú felicemente riuscite, dell’arte.” R.Barthes, Variazioni sulla scrittura seguite da Il piacere del testo, Einaudi, 1999, p. 3 ( titolo originale :Variations sur l’écriture [1994], Le plaisir du texte [1973] )  )

Paola Di Giuseppe

Eugène Green
Correspondances
Francia, Corea del sud -