giovedì, Gennaio 27, 2022

FantasyfilmFest – The devil’s rejects di Rob Zombie USA, Lions Gate, 2005

Il secondo album è sempre il più difficilè, nella carriera di un artista. Rob Zombie lo sa bene, tant’è che ha toppato di brutto. La proiezione di The devil’s rejects era una delle più attese. Biglietti finiti tre giorni prima, assembramento mortale fuori dalla sala, silenzio religioso a inizio pellicola. Tempo mezz’ora e la gente ha cominciato a uscire, ma mica per andare in bagno. Chi ha visto La casa dei mille corpi e lo considera una pietra miliare (aiutata solo in minima parte dall’effetto sorpresa), be’, è meglio che conti fino a cento prima di vederne il sequel, che riprende sciaguratamente in mano le vicende di Captain Spaulding e della famiglia Firefly. The devil’s rejects è un film coraggioso. Bisogna dirlo. Comincia esattamente là dove finisce House of 1000 corpses, cioè a dire il giorno dopo l’uccisione dei due poliziotti venuti a curiosare in fattoria. Come è giusto che sia, la scomparsa di due uomini in divisa non passa inosservata e le forze dell’ordine non ci mettono molto a fare due più due, rintracciando sia il covo della famiglia di uccisori sia il filo rosso che li lega al grottesco benzinaio/clown Captain Spaulding. Se La casa dei 1000 corpi è, di fatto, il remake ufficioso e ammorbante del Texas chainsaw massacre, The devil’s rejects è al contempo un sequel e uno spin off, perché segue i destini delle tre figure più carismatiche emerse dal primo film: il clown, la bella e il bruto dalla bianca chioma, fratello della bella. La quale, per inciso, è la compagna di Rob Zombie, come si desume dal doppio cognome: Sheri Moon Zombie. Wow. Il cast subisce un rimpasto non indifferente. Karen Black, che nel primo film interpretava la sublime trojona mater familias, viene sostituita da Leslie Easterbrook; il nonno viene inopinatamente soppresso. Nessun riferimento, poi, al dottor Satana e alla vera e propria casa dei mille corpi, labirinto sotterraneo che fa la sua sontuosa comparsa alla fine del primo film. Il pargolo deforme della famiglia resta, e assume il ruolo di deus ex machina poco prima della fine. L’attore che lo interpreta ha anche un altro ruolo “a volto struccato”. Scopriamo quindi che è Michael Berryman, fisionomia non distante da quella del gigante di Twin Peaks, che Wes Craven volle nel suo capolavoro hillbillie del 1977 Le colline hanno gli occhi. Buona notizia. Una delle poche. Il film, nel complesso, prende una nuova direzione. Sterza decisamente dal territorio dell’horror grottesco e spietato e si butta on the road, spazzando l’America profonda con i nostri tre antieroi alla guida. Il riferimento non è più Tobe Hooper o il Craven dell’Ultima casa a sinistra – leggi violenza choccante e cul de sac, senza rispetto alcuno per la vita umana – ma, sorprendentemente, un mélange de Le colline hanno gli occhi, Wild at heart e, udite udite, Sugarland Express. Il classico, il bizzarro giffordiano, l’epopea strappalacrime. La vera sorpresa della pellicola è la figura dello sceriffo, interpretato da un William Forsythe redivivo e irriconoscibile. William, antagonista tutto d’un pezzo, supera in perfidia e nerbo tutti e tre i fichissimi villains, che saranno pure anime rifiutate dal demonio ma qua battono la fiacca. E si mangia il film. The devil’s rejects ha delle zavorre non da poco. Prima di tutto è troppo lungo – 100 minuti: House ne dura 80 e non c’è un secondo sprecato – e pare scritto a braccio durante le riprese. Un film affrettato, quasi una reazione impulsiva al successo insperato del primo. La scrittura abborracciata penalizza prima di tutto i personaggi, che perdono in un batter d’occhio il carisma accumulato nel corso della pellicola precedente. Non ci sono scene eccezionali e il tutto si trascina secondo un’ordinaria amministrazione alla lunga stucchevole. Disturba, inoltre, un certo afflato tarantinistico delle chiacchiere, che fa spalancare le fauci per lo sbadiglio invece che per gridare al capolavoro o per mostrarsi stupiti mentre si piglia appunti. La trama è lineare – il che dovrebbe essere di aiuto – ma l’effetto è più barboso che perverso. I tre assassini della provincia meccanica scappano, rapiscono un cantante country con moglie e gruppo al seguito, li ammazzano uno a uno e infine si rifugiano da Charlie, che gestisce una sorta di villaggio-bordello. Charlie li tradisce, lo sceriffo Wydell li piglia e li sevizia per vendicare l’uccisione del fratello. Riescono a scappare e a ucciderlo, ma ad attenderli c’è una schiera di macchine della polizia. Sono esausti, sporchi del proprio sangue, provati. Finale in ralenti in pieno stile Thelma e Luise. Amen. Rob Zombie ha coraggio e cerca di giocare una carta completamente nuova, forse estranea alla propria vena. Rinuncia anche a infilarsi nella colonna sonora insieme ad altri amici dell’heavy metal, privilegiando in questa occasione Lynyrd Skynyrd e Steely Dan. L’effetto non è sobrio, solo indifferente. In alcune scene osa pigiare anche il pericolosissimo tasto Lynch, ricreando in maniera alternativamente ingenua e spudorata alcune atmosfere proprie di Wild at heart: l’universo di un bordello ai confini del mondo, un corpo femminile percorso da una pistola e minacciato da un bisbiglio ripetitivo. Altro che omaggio, altro che cattiveria e morbosità. Aridatece Bobby Peru. L’unico momento rimarchevole è il risveglio di Captain Spaulding, il Lercio fatta persona. Sogna di scoparsi una puttana e di venire minacciato da lei con una pistola (snuff movie!), per poi svegliarsi accanto a una sfiorita casalinga sovrappeso. Sid Haig ha ormai sessant’anni, un corpo disastrato e cadente, il trucco da clown approssimativo e liquefatto. Purtroppo il pubblico ha un solo motivo di fischiare a scopi di tifo. Questo. Il film pecca anche di didascalismo: lo sceriffo chiama un cinefilo da macchietta – sembra uscito da una puntata dei Simpsons – per approfondire una coincidenza: pare che i nomi della famiglia assassina e del clown siano tutti presi da un film dei Marx, Animal crackers. È vero. Captain Spaulding era il personaggio di Groucho. Peccato che la pista non porti da nessuna parte, anzi sia solo uno spoiler per spettatori volenterosi. Il cinefilo da macchietta commette l’errore fatale di sparlare del Re, Elvis. Al che lo sceriffo, da bravo hillbillie cresciuto nell’America profonda, lo caccia in men che non si dica. Fuck Groucho!, gli urla dietro. Ah, vezzo. Ah, strizzata d’occhio. Fuck you, Rob Zombie. Se Captain Spaulding fosse rimasto il grande personaggio del primo film ti sparerebbe un proiettile in fronte dopo averti sbattuto per terra. Fuck. You.


Simone Buttazzi
Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.

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