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Un vivant qui passe di Claude Lanzmann (Francia, Germania 1999): recensione

L'approfondimento su Un Vivant qui passe di Claude Lanzmann...

 Adesso che sono ottuagenario – dice Maurice Rossel a Lanzmann – non mi ricordo molto bene dell’uomo che ero allora. Mi ritengo più saggio o più folle, e forse è la stessa cosa.

Ma chi è Maurice Rossel?

E’ il vivo che passa, che passò  ad Auschwitz nel 1943 e qualche mese dopo nel ghetto di Theresienstadt, in visita non autorizzata e fortunosamente resa possibile da casuali mancanze di controlli. E’ l’uomo che non vide molto, solo file di internati in casacche a righe, moribondi che avevano solo gli occhi ancora vivi.

Lanzmann: Erano detti “musulmani” perchè avevano lo sguardo molto, molto intenso.
Rossel: Quella gente mi osservava con un’ incredibile intensità, al punto da voler dire quasi: Ebbene, ecco un tipo che arriva qua, e come? Un vivo che passa, proprio così, e non è una SS
.

Nel giugno del ’44 Rossel, su delega della CRI, ispezionò Theresienstadt, uno strano “ghetto modello”, città-fortezza che i nazisti avevano scelto, a 60 km da Praga, per “ospitare” ebrei particolari, i Prominenten, persone troppo vecchie o figure di spicco, professionisti affermati, artisti e intellettuali, non adatti ad esser trattati come le masse.
 Il posto fu evacuato dai vecchi abitanti ceki e divenne  il biglietto di presentazione della politica razziale del Terzo Reich agli occhi del mondo. Bisogna dire che il mondo, allora, si fece facilmente convincere da questo tipo di propaganda consolatoria, ma nessuna meraviglia. Se si accetta per secoli l’idea che possano esistere i ghetti e che perseguitare gli ebrei con pogrom e quant’altro sia cosa buona e giusta, che esistesse un “ghetto modello” non poteva che rassicurare le coscienze.
 Lanzmann intervistò Rossel nel ’79, poi decise di non inserire i filmati in Shoah, doveva necessariamente fare tagli dalle trecento ore di girato per ridurle a nove e mezzo. Dunque questo è un documento a parte, ma perfettamente integrabile in quell’opera seminale che è Shoah, circolare, secondo la stessa definizione di Lanzmann, con il nucleo direttamente puntato sull’inferno, Auschwitz.
 L’inganno che i nazisti seppero ben perpetrare fino alle soglie delle camere a gas (e in Shoah parte II questo è più che mai messo in evidenza) non risparmiò questo campo modello, anzi, assunse forme ancora più macabre e derisorie allorchè si arrivò perfino a far pagare agli Ebrei l’affitto anticipato di case fantasma in cui avrebbero alloggiato, una volta arrivati ad Auschwitz, dopo la permanenza provvisoria a Theresienstadt. 
Si fece anche scegliere sulla carta l’esposizione preferita: nord, sud, est, ovest.
 
 Di seguito, qualche passaggio di quell’intervista, anche se solo l’ascolto integrale può restituire efficacemente l’orrore:

Rossel: A Theresienstadt  l’impressione era di un clima del tutto falsificato.Innanzitutto perché la visita fu richiesta dai nazisti e poi perché era attesa
Lanzmann: Certo. Lei afferma che ha potuto scattare tutte le fotografie che voleva., ed è proprio questo che loro volevano, che scattasse delle fotografie. Lei parla nel suo rapporto di uno spazio per bambini, una sorta di Kinder Pavillon. Questo è stato fatto pochi giorni prima del suo arrivo e poi è scomparso subito, le nascite erano praticamente vietate…
(Lanzmann prosegue con un lungo elenco di opere messe in atto a Theresienstadt, come anche a Treblinka, volte a mostrare all’ispettore una realtà falsificata)

… E allora volevo chiederle: che sia stato ingannato non è strano, e tuttavia lei afferma che l’atteggiamento degli Ebrei l’ha infastidita, la loro passività… Perché non ne parla in quel rapporto? Quella gente sapeva qual era il suo destino, molti furono deportati dopo la sua visita e molti lo erano stati prima, lei non poteva accorgersi di quella commedia?

Rossel: Vivevano nella speranza di quella commedia dato che, anche lei l’ha detto, giocavano tutte le loro carte, le loro ultime possibilità di sopravvivere.

Lanzmann: Recitavano una commedia sotto la minaccia del terrore.

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