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Il cammino dell’Appia Antica di Paolo Rumiz e Alessandro Scillitani : la recensione

La prima via di Roma, la madre dimenticata di tutte le strade europee, la via Appia, la diagonale d’Oriente, il segno di ventiquattro secoli di storia, la ricerca maniacale del rettilineo, il sogno, o forse il delirio, di un cieco di nome Appio Claudio…
La voce di Paolo Rumiz legge dal suo libro, seguendo le traiettorie che, passo dopo passo, (circa un milione di passi per 611 chilometri e 29 giorni di cammino) dopo 2327 anni dalla sua costruzione hanno ripercorso, nel maggio 2015, la regina viarum, la prima di quel reticolo di strade con cui i romani avvolsero il mondo allora conosciuto.
Infaticabili costruttori, globetrotters instancabili, dominatori e anche colonizzatori spietati, ma soprattutto civilizzatori di un mondo prossimo alla barbarie, resero nostrum quel mare che oggi nessuno vuole più, e basta solo per morire.

Basta pellegrini, basta francigene, era ora di fare una strada laica e italiana, tutta nostra e tutta da scoprire, non un’invenzione del marketing ma una direttrice autentica e inequivocabile, scolpita nella pietra, fatta di sangue e sudore, percorsa da legionari e camionisti, apostoli e puttane, pecorai e carri armati, mercanti e carrettieri”

Lungo quella strada si è depositata una memoria di millenni che solo a piedi è possibile riconoscere, facendosi spesso largo tra forre e intrichi di vegetazione selvatica, guadando un fiume o attraversando campi di grano, cercando tracce sopravvissute dentro e fuori agglomerati urbani o inglobati nell’aia di case contadine costruite a guardia di bestie e raccolti.
Quando non scomparse sotto colate di cemento e coperte di autostrade, le pietre tornano a raccontare e parlano di Sanniti e di Irpini, Dauni e Messapi, Lucani e Greci. Sono i fantasmi dei luoghi, e fra loro Federico II di Svevia e Carlo Levi, due grandi che hanno amato quel sud come nessun altro, e Spartaco, il valoroso, crocifisso con i suoi lungo il tratto da Roma a Capua.
E’ un meridione d’Italia che si ostina a sopravvivere alla modernità, nonostante l’assalto del cemento, dell’ignoranza massmediatica e delle mafie locali, quello che Rumiz e compagni scoprono, avvicinano, mangiano e bevono, cantano, dormono e raccontano.
Quattro caminantes, a volte sei, otto, raccolti per strada e “convertiti” per un po’, come “Paolo sulla via di Damasco”, a muover piedi e non più macchine.
Nomi noti e non, Vinicio Capossela fra questi, lo scrittore Raffaele Nigro, e poi archeologi, contadini, artisti di strada e massaie sul pianerottolo, poeti, cantanti e musici di paese, custodi di chiese e di antiche tombe, anziani a prendere il sole sulle panchine in piazza o a fare la “passatella” e un giro di scopone, ragazze e ragazzi che fanno lo “struscio” sul corso del paese.
Un popolo variegato, caloroso e vitale che ancora il Sud conserva e tutela, un “patrimonio dell’umanità” che saluta il piccolo convoglio munito di bastone e zaino.
Lungo il cammino la fatica è tanta, chi va a piedi sa cosa vuol dire il sole a picco o la pioggia e il pantano, e lo zaino che ora lo fa somigliare ad Atlante, vigoroso e glorioso con il mondo sulle spalle, ora a Sisifo sull’orlo della depressione.
La strada appare e scompare, duemila anni dopo il viaggio di Quinto Orazio Flacco da Venosa, il tempo e le orde dei barbari, antichi e moderni, rendono epica l’impresa del “camminatore” (Rumiz non vuol sentir parlare di “pellegrino”, vocabolo che sa d’incenso, il suo viaggio è altro, santi se ne incontrano tanti, Madonne e Padre Pio come se piovesse, ma il sud resta il regno di De Martino, malocchio, jettatura e fascinazione sono la religione più autentica, insieme al suono delle campane che dovunque scandisce il tempo del lavoro, della preghiera, del riposo e della festa).

Orazio lo fece in 15 giorni soltanto quel cammino, ma allora la strada c’era tutta, smagliante e attrezzata, e la sua era una missione diplomatica in compagnia di Mecenate.
Ottaviano, in odore di principatus, lo aspettava a braccia aperte di ritorno a Roma per il suo trionfo, e benchè il nostro buon poeta non amasse fasti e prebende, ma piuttosto preferisse definirsi Epicuri de grege porcus, certo non fu costretto a farsi largo fra i rovi per cercare una traccia, una pietra, un reperto ormai da Museo dei ricordi.
Rumiz dà al suo diario di viaggio il tono lieve, garbatamente ironico che fece la gloria del satiro latino, ma lungo i 145 minuti della visione in tanti momenti ci si stringe il cuore.
Quando le orde dell’Isis prendono Palmira… “ comincia a dire Riccardo Carnovalini, poi riprende fiato e continua “ … noi abbiamo bellezze che scopriamo quando le abbiamo perdute…”
Paragone forse eccessivo ma non del tutto impertinente.
Da Roma a Brindisi le tappe del viaggio sono state tante, 29 giorni e paesi, pianure, colline e montagne, l’Appennino del Sannio e l’Adriatico, finalmente, a Brindisi.
Il lampo blu del mare ”.
E’ il terzo mare del viaggio, “ Adriatico vuoto e dimenticato, abitato solo da fantasmi di triremi e navi onerarie, feluche saracene e fruste dell’Egeo. Dopo il sud l’Europa ha perso l’Oriente e l’Italia, ormai, è solo Tirreno”.
L’epilogo, dopo l’arrivo al mare del Salento, è nella piazza del paese.
Sullo sfondo la chiesa, rassicuratrice immancabile della comunità devota, ai lati le case dei notabili con i balconcini dalle persiane chiuse. Intorno alla lunga tavolata, nel centro della piazza, la bella brigata canta al suono del “ddu bbotte”, versione italica e vernacolare dell’argentino bandoneòn.
Le antiche Atellane rinascono nella cornice di vicoli e sottoportici, gatti che miagolano alla luna e cani frettolosi sono comparse di un teatro popolare dove tutti sono attori. Altarini votivi convivono con pettoruti candidati alle elezioni regionali fotografati in campo azzurro, “dove virtù sorregge ivi gloria non manca” recita con inconfondibile stile una targa di marmo sul muro della Pro loco, un’altra insegna invita ad una mescita di rosolio e liquori.
Antico e moderno si fondono.
Hai bevuto, mangiato e ti sei divertito abbastanza, è tempo di mollare gli ormeggi.
La malinconia di Orazio accompagna ancora i viandanti arrivati alla meta, “ inebetiti davanti al mare” .

Si torna a casa, in macchina.
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“Un’esperienza che Rumiz ha definito “Un viaggio duro ed entusiasmante come un tour elettorale, che da esperienza di racconto si è trasformata in atto politico” e che ha spinto il ministro Franceschini a presentare il suo progetto di rilancio per la Regina Viarum.” (tratto da cronaca R.it)

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