Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Febbraio 17th, 2008
Il Petroliere (There Will Be Blood) di Paul Thomas Anderson – Berlino 58 – Concorso

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there will be bloodIn letteratura, il naturalismo è stata la versione americana del verismo. Al Verbo sobrio e “oggettivo” di Verga e Capuana fecero tarda eco Frank Norris e Upton Sinclair, rispettivamente autori di McTeague (1899) – fonte letteraria del Greed (1924) di Erich von Stroheim – e di Oil! (1927), da cui Paul Thomas Anderson ha liberamente tratto le due ore e quaranta del Petroliere.

Come per Boogie Nights (1998) e Magnolia (2000), anche stavolta Anderson ha pensato in grande; non si lascia tuttavia andare, come ci si sarebbe potuti aspettare, a una Grande Narrazione fordiana. There Will Be Blood non è Il gigante di George Stevens riveduto e potenziato, né un Come le foglie al vento svuotato di mélo e riempito di tragedia. Il regista ha sciacquato la cinepresa nell’Arno naturalista e ha optato per uno stile più trattenuto rispetto al solito. L’unico elemento bigger than life è il protagonista, Daniel Plainview (nomen omen), in cui Day Lewis riversa una potenza e un controllo attoriali davvero tellurici. Non si mangia il film. Lo traina.

There Will Be Blood è una storia di avidità e ambizione, un Greed spogliato della megalomania stroheimiana e di ogni intenzione di affresco storico, o sociologico. Anderson non vuole tratteggiare un’epoca né saltellare da un personaggio all’altro come in Magnolia, il suo Short Cuts al cubo. Abbiamo un personaggio dominante, ossessivo, misantropo. Abbiamo un bambino che gli cresce accanto. E abbiamo Eli (Paul Dano), pastore della Chiesa della Terza Rivelazione, guaritore di anime candide, falso profeta glabro e slavato: il perfetto contraltare del baffuto Plainview, allampanato ma muscolare, la cui unica fede è nel denaro. La partita a scacchi tra i due – urla stridule e ceffoni inclusi – è la vera spina dorsale della pellicola.

ptanderson2.jpgIl titolo è una promessa. Dopo rocce nude, picconate e scintille, patate al posto del pane, fango, dinamite, fuoco ed ettolitri di oro nero gentilmente forniti dalla Industrial Light & Magic, Anderson compie un brusco salto temporale fino al 1927, dove scorrerà sangue. La fine del film si annida nei saloni della casa di Plainview – lo avevamo lasciato in una catapecchia accanto a un impianto estrattivo – tra corridoi degni di Marienbad, un poligono da tiro in interni dove si spara ai vasi e due piste da bowling. Negli ultimi quaranta minuti, il regista estrae qualche prezioso coniglio dal cappello. Non piovono rane, né filtra lo stralunamento sublime di Punch Drunk Love, ma lo spettatore viene messo dinanzi a un colpo di scena e a derive di grottesco che torcono, finalmente!, un film fin troppo straight. Il tutto veicolato dalla disumanità devastante del protagonista. Il finale ha quindi il pregio di lasciare un buon sapore, sebbene il film non sia straordinario.

ptanderson3.jpgNon lo è per l’eccessivo autocontrollo della regia, che conduce il gioco con un distacco naturalista sì, ma anche un po’ sterile. Non lo è per l’eccessiva attenzione all’aspetto fanatico / settario / religioso: le congreghe scaldate da Eli sono terreno fertile per scene madri, grida e facili strizzate d’occhio volte a collegare l’America giovane e selvaggia di allora a quella dei teo-dem belligeranti del nuovo millennio. Il petroliere è a rischio metafora, e questo non giova. O meglio, non serve a niente.

Un discorso a parte merita la colonna sonora, che unisce brani di Bach e Arvo Pärt a uno score originale composto dal Johnny Greenwood dei Radiohead, premiato con l’Orso d’argento al pari di Anderson (per la regia). L’uso della musica nel corso del film è puntuale, intenso, mai debordante né mero commento. Stupisce, in particolare, l’omogeneità dei suoni tra il lavoro di Greenwood e i pezzi di repertorio. L’intera colonna sonora è guidata dagli archi, e il chitarrista della band di Oxford propone crescendo minacciosi, quasi dei gemiti di violino, che ricordano Shining o la sequenza di apertura di Dune. Il lavoro di Greenwood si qualifica come un esempio perfetto di “musica classica contemporanea”, con un quartetto d’archi da brivido che in un brano lascia spazio a un’ampia gamma di percussioni. La musica, così come il fascino libresco sottolineato dalla anche font dei credits e dal poster americano, contribuiscono a fare di There Will Be Blood un’audiovisione prelibata, anche se inferiore alle (ciclopiche) aspettative.


 

Simone Buttazzi

Simone Buttazzi

Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.