La diseducazione di Cameron Post di Desiree Akhavan: la recensione in anteprima

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The Miseducation of Cameron Post di Desiree Akhavan è una dichiarazione di indipendenza. Chloe Grace Moretz che interpreta la giovane protagonista ricorda una coraggiosa crociata dilaniata dal dubbio, come Lauryn Hill, quando in uno studio in Giamaica si apprestava a fare quell’album essenziale che ormai ha più di vent’anni. Anche lei, vulnerabile e senza paura, trovava la sua completa rappresentazione in una serie di battute d’arresto. Questo film e questo disco lavorano sullo stesso terreno, l’apprendimento dell’amore.
Il ballo di fine anno segna una svolta crudele nel destino di Cameron, Akhavan la cerca e la trova immersa in un bagliore celeste mentre balla con Coley (Quinn Shephard), l’amica diventata amante durante l’anno scolastico. Disinibite e a proprio agio, sono convinte di vivere una notte memorabile, ma mentre si rifugiano in macchina per concedersi un po’ di piacere, Cameron è scoperta dal fidanzato che poco prima l’aveva accompagnata. Lo sportello si apre e cade a testa in giù. La sua vita si capovolgerà da un momento all’altro.

Unica destinazione possibile God’s Promise, il campo religioso che corregge gli “invertiti” e diventa la sola e solida soluzione per famiglie cristiane fondamentaliste.

Adolescenti perduti in un ambiente bucolico sotto lo sguardo paziente del reverendo Rick, interpretato dal docile John Gallagher Jr., che strimpella la chitarra e sorride spiegando a denti stretti quanto è migliore la vita adesso che non è più gay.

Ma ben più pericolosa è la direttrice del centro, il tipo di cattivo Disney irrecuperabile, il cui unico obbiettivo è ricondurli in uno stato di rettitudine spirituale. La Bibbia diventa lo strumento per giustificare paure e pregiudizi e i ragazzi cavie per dimostrare che l’orientamento sessuale è una malattia paragonabile alla tossicodipendenza.

Due improvvisatori che portano avanti credenze e idee mentre infliggono torture mentali a quei ragazzi che considerano peccatori. Dio non commette errori, se c’è qualcosa di sbagliato in te, è tua la colpa e quindi è un tuo dovere morale risolverla, ecco qui le parole che vengono sputate fuori come un mantra continuo e assillante di fronte a discepoli non sempre riluttanti, ma sofferenti per la scarsa accettazione dimostrata dai genitori.

Cameron cresce a poco poco, il suo silenzio schivo crolla di fronte a due nuovi amici, Jane, una enigmatica fanciulla che coltiva erba nella foresta adiacente e Adam un nativo americano la cui attrazione per gli uomini ha provocato non pochi problemi alla nascente carriera politica del padre.

Akhavan osserva silenziosa, solo a volte blocca l’obiettivo sulla faccia di Moretz e quello sguardo non diventa solo il punto in cui guardare ma soprattutto quello con cui sentire ciò che Cameron prova. Passaggi eleganti e sofisticati creano un linguaggio visivo a sé, la regista ci lascia sprofondare nei sogni e nei ricordi della protagonista che sono però deformati e disturbati dalle conversazioni “naturali” che ha prodotto la terapia.

Come nell’album “The Miseducation of Lauryn Hill”, il film è composto da una serie di giunzioni che portano Cameron a evolversi, a conoscersi, a passare dall’adolescenza all’età adulta.

È sovversivo non per i brividi facili che ti lascia ma per quanto incoraggi gli spettatori a farsi un’idea propria intorno a certi tabù sociali, per la sensibilità con cui la regista guida il suo film, dando avvio a un processo generativo. Passo dopo passo il ribelle, il miserabile, il rifiutato, l’escluso trova il suo sentiero di ricerca senza parole e ogni anima innocua messa ingiustamente dentro una prigione trova non solo la libertà ma una chiara percezione del bene e del male.

La forza del film è nello sguardo curioso e inquieto di Desiree Akhavan che forse proprio per questo si è aggiudicata il Gran premio della giuria: U.S Dramtic al Sundance Festival di quest’anno.