venerdì, Febbraio 23, 2024

La pazza gioia di Paolo Virzì: la recensione

Cercavamo tracce di felicità, o perlomeno di allegria, di eccitazione euforica, anche nel cuore di esistenze offese … “.
Virzì parla al plurale, accanto a lui c’è stata Francesca Archibugi alla sceneggiatura, e si sente, nella pienezza del racconto, nella completezza dello sguardo, nell’indagare acuto dentro vite di donne su cui l’ombra degli uomini si proietta costante.

Un uomo e una donna, uno spartito a quattro mani per un allegro ma non troppo che Virzì ha portato a Cannes 2016, alla Quinzaine.
Beatrice e Donatella sono due naufraghe. L’istituto di terapia mentale dove sono soggette a misure di custodia cautelare è ormai il loro habitat, artificiale quanto si vuole ma è l’unico possibile. Quali siano le definizioni mediche per indicare il loro disturbo mentale non ha troppa importanza. Qua e là spunta, con un che di ironica nonchalance, la lista dei farmaci che assumono. OPG e misure restrittive cautelari, elettroshock che Donatella sembra aver provato tanto da desiderarlo ancora come una liberazione dal suo male oscuro e trattamento sanitario obbligatorio con relative sedazioni forzate sono scenari che balenano a tratti, tappe di un cammino tristemente noto lungo il quale procede il popolo dei “pazzi”.

Quel che conta davvero è la loro fuga da Villa Biondi, un impulso alla libertà che le rende simili a tutto il resto dell’umanità. “ Un’evasione? Ma nooo…” sorride Beatrice, solo una corsa all’aria aperta, come non importa, a piedi, in autobus, su una berlina giustamente sottratta ad un vecchio porco che gira con DVD porno, o su una decappottabile rossa anni ’60 con poca benzina presa in prestito dal set di cinema italiano (ahinoi! sembra dire a questo punto Virzì) impiantato nella villa della madre di Beatrice (Marisa Borini), vecchia aristocratica ridotta ad affittare casa per le intemperanze della figlia che si è giocata tutti i loro averi.
Beatrice e Donatella non si sarebbero mai incontrate in una vita diversa, normale.

Villa Biondi è il loro appuntamento nella vita.
Tu lo vedi, sorella, io sono stanca –
come il pilastro di un cancello angusto
diga nel tempo all’irruente fuga
d’una folla rinchiusa. *

Palazzo signorile d’altri tempi, piuttosto in disarmo nel verde della campagna pistoiese, suorine pietose e infermiere sbrigative, staff medico che va dal fascinoso simil-Basaglia al rigido seguace della vecchia scuola, dentro quelle mura e nell’antico giardino profumato si vive in un tempo sospeso che tanto somiglia al palcoscenico di un teatro senza pubblico e senza maschere. Beatrice Morandini Valdirana (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella Morelli (Micaela Ramazzotti) sono due personaggi in cerca d’autore. La prima è stata donna di mondo e di ricchezze cospicue, forse nelle sue vene qualche goccia di sangue blu si ostina ancora a scorrere, svolazza tra gli altri con la trasognata leggerezza di chi si aspetta che tutti la servano e parla ininterrottamente, di tutto, sembra che viva appesa alle sua logorroica incombenza sul mondo.

Quando smetterà di parlare i suoi occhi si faranno più grandi, e solo allora ricorderà che una volta invece piangeva, sempre, anche quando nessuno piange. Come Donatella, simili in questo piangere comune, fin da piccole. Unite dall’assenza che lascia dentro la paura, quella di una madre, di un padre, di un uomo, di un figlio.
Donatella è tatuata e anoressica, figlia di borgata ha un padre cantante di balera che le cantava “Senza fine” di Paoli, da piccola, una buona ninna nanna, ma lei ha sempre creduto che il padre adorato l’avesse scritta apposta per lei. Marco Messeri fa il padre, un breve cameo intenso, come tutti quelli di questo caleidoscopico danzare degli altri intorno a queste due donne perse un giorno per strada e mai più tornate.

Ci sono due madri, inutili, come le madri che non bisognerebbe avere; ci sono alcuni uomini, più o meno dannosi, come quelli che non bisognerebbe incontrare, e poi un c’è gran circo di facce, voci, incontri, brevi e non, sconosciuti pietosi o indifferenti, personale medico e paramedico, poliziotti, popolo da discoteca, famigliole al mare sulla spiaggia di Viareggio con bagnino incorporato. E’ “il dolce rumore della vita”, come lo chiamava Sandro Penna, che poi tanto dolce non è se ti fa tuffare in acqua giù da un ponte per chiudere la partita. L’acqua è l’elemento base del film, si parte da lì e lì si torna. Fra andata e ritorno passa un treno, ancora il grande Ozu lascia il segno, consapevole o no, ma un treno che passa è nato con lui e segna sempre uno stacco.

Si dipana da qui in poi una bella storia di lacrime e sorrisi, due anime gemelle nate in culle tanto diverse imparano che la felicità è sapere che c’è l’altra e la follia diventa così la loro salvezza. Ma nulla di nuovo, l’aveva detto Erasmo esattamente 500 anni fa: “ Osservate con quanta previdenza la natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia”.**

Villa Biondi le riabbraccia come la Grande Madre che tutto perdona, un caldo liquido amniotico le riassorbe e un’altra vita, si spera migliore, forse nascerà.
Senza fine.
_______________
*Antonia Pozzi, La porta che si chiude, da Parole. Diario di poesia, 1964
**Erasmo da Rotterdam, da Moriae Encomium

Paola Di Giuseppe
Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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