Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

1 Novembre, 2009
Lebanon – di Samuel Maoz (Israele 2009)

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lebanonSamuel Maoz arriva alla sua opera prima dopo una lunga esperienza personale di guerra. Come per Valzer con Bashir Il contesto è quello della prima guerra del libano, 1982 un carro armato è inviato per una missione di “pulizia” su un territorio bombardato, la prospettiva israeliana è filmata dall’interno, tutto quello che vediamo è l’abitacolo del mezzo armato e la realta scrutata attraverso il mirino di puntamento, l’esterno è un’apparenza fragile che comunica in modo fortemente teatrale con gli occupanti del carro, dall’oblò superiore entra ed esce l’ufficiale incaricato di governare l’intera operazione e un falangista cristiano che li aiuta a districarsi in territorio ostile. Questa dinamica permette a Maoz di sviluppare un’idea claustrofobica e anomala, la guerra è osservata dagli spostamenti del mirino sotto forma di scanning sulla realtà; un’idea apparentemente radicale che contrappone l’esclusione dal mondo e dalla verità con elementi che spingono al massimo il grado di percezione visiva, un rapporto perverso tra la cecità e quello che Paul Virilio chiamerebbe “stereorealtà” della guerra. Un’idea originale ma solo apparentemente, basterebbe pensare ad un film non così “corretto” politicamente come The Hurt Locker (qui su IE) di K. Bigelow per confutare quest’impressione. Come se si trattasse di una versione addomesticata dello sguardo robotico di Michael Snow, il mirino di puntamento del carro israeliano scopre corpi dilaniati, entra dentro le case distrutte, cattura brandelli di arredamento, oggetti, una geografia apocalittica. Per organizzare questo percorso, Maoz stesso in conferenza stampa ha parlato di un lungo processo di preparazione del profilmico, un lavoro teso alla predeterminazione del reale. Ed è proprio qui che Lebanon non convince, assorbito cosi com’è da un’idea di fondo che si afferma ad alta voce come “cinema”, apre i confini ad un teatrino chiuso e didascalico; tutti i momenti di dialogo all’interno dell’abitacolo sembrano provenire da un film completamente diverso e frantumati da questa persistenza stilizzante dell’occhio. In questa incertezza Lebanon risulta un film negativamente posturale, tutto giocato entro una simmetria impermeabile tra esterno e interno.