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Sauvage di Camille Vidal-Naquet: la recensione

Selvaggio e senza alcuna lusinga, il primo lungometraggio del professore di analisi del film Camille Vidal-Naquet avvicina lo spirito e la vita di strada dei ragazzi di  Bois de Boulogne, trasponendone l’esperienza per le vie di Strasburgo, attraverso quella di quotidiana prostituzione del giovane Léo, interpretato da un formidabile Félix Maritaud, Prix Fondation Louis Roederer come migliore rivelazione a Cannes 2018. 
Sin dalle prime immagini, dove un dottore esamina il corpo di Léo finendolo per masturbare, Vidal-Naquet ci introduce in un contesto dove la rappresentazione e la teatralizzazione dello scambio sessuale, mostra una realtà già mercificata che subordina il gesto d’amore al denaro.
C’è una cruda qualità bressoniana nel peregrinare a vuoto del ragazzo, la cui libertà risiede nello spazio stesso dell’errare.

Se Vidal-Naquet si serve di alcuni elementi del melò, incluso lo stato di salute di Léo come maledizione che mina dall’interno la sua stessa libertà, questi vengono disinnescati dalla prossimità sporchissima del digitale ai corpi e dalla violenza indifferente del contrasto sociale.
La strada individua Léo e i suoi compagni come un “quinto stato” gettato ai margini della società, una Banlieue a cielo aperto, collocata a fianco delle aziende, degli uffici dei professionisti, del comune vivere borghese, come incubatore dei desideri più oscuri da cui poter attingere senza alcun limite.

Vidal-Naquet in questo senso “disarma” le immagini di qualsiasi potenziale seduttivo senza cedere di un millimetro al facile maledettismo, ma lavorando sulla differenza tra l’incredibile capacità di Léo nell’offrirsi e il brutale abuso che il suo corpo subisce da tutti gli strati sociali con cui entra in contatto, a partire da Ahd (Eric Bernard) compagno violento di strada e primo sfruttatore del giovane.

Lo schema perseguito da Ahd è quello della prostituzione come primo passo verso il riscatto sociale; vendersi ad un grado superiore è accettare il compromesso di vivere con un vecchio omosessuale, “unica speranza” per quelli come noi, dirà ad un diffidente Léo. 
L’amore del giovane per Ahd non è l’unica forza che gli consente di attraversare una realtà basata sullo sfruttamento, perché quello che lo stesso Vidal-Naquet ha definito come contrasto tra un corpo progressivamente debilitato, ma allo stesso tempo desiderabile, è segno di un’irriducibile resistenza all’orrore dell’abuso, con uno sguardo che anela disperatamente quella libertà che gli altri hanno irrimediabilmente barattato per qualcos’altro,

La strada, il marciapiede, il vagabondaggio che assimila la vita di Léo a quella di un senza tetto è certamente vicina alla disperazione senza compromessi di Mona Bergeronf, il personaggio ideato da Agnés  Varda per il suo “Sans toit ni loi”, ma nel contrasto tra corpo e città, vengono in mente alcuni titoli amorali e scellerati degli anni ottanta come “Taxi Zum Klo”, deprivati della gioia irresponsabile e distruttiva che li animava.

Per questo preferiamo tornare dalle parti degli ultimi due film di Bresson, dove l’errare a vuoto individuava il male del mondo fuori e intorno alle azioni disperate della soggettiva principale.
La libertà di Léo coincide con la sua predestinazione al martirio, sguardo ancora capace di stupirsi e corpo disponibile per qualsiasi efferatezza.

Vidal-Naquet non ci risparmia e non si risparmia, nel mostrarci una realtà che ha superato il limite dell’abisso e che cerca un segno di vita nella sopraffazione. Sauvage è lo stesso Léo, ma anche la scrittura di un cinema sinceramente selvaggio e senza limiti, soprattutto quando diventa ellittico e supera lo sguardo, richiamando quello che non è mostrabile.

 

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