Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

3 Settembre, 2008
Venezia 65 – Muukalainen (The Visitor) di Jukka-Pekka Valkeapää – Giornate degli autori

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Muukalainen (The Visitor) opera prima del finlandese Jukka-Pekka Valkeapää presentata all’interno della quinta edizione delle giornate degli autori è a nostro avviso il film più sopravvalutato di Venezia 65; considerando l’accoglienza e la sufficienza critica (di massa) riservata all’ultimo, bellissimo, film di Julio Bressane, il perturbante A Erva Do Rato che ha suscitato anche l’ilarità della satira più pecoreccia, il successo di un film così scultoreo, furbissimo e con una superficie confezionata per colpire la fascia mediocolta dei frequentatori universitari fa davvero incazzare. Una fotografia troppo bella, costruita con taglio posturale e a partire da un punto di vista privilegiato senza il cuore pulsante dell’imprevisto è l’involucro entro cui sono imprigionati un ragazzo che vive in una zona remota della Finlandia insieme alla Madre; entrambi accoglieranno uno sconosciuto che in realtà porta con se i segni di un passato che non è più arginabile. Non è la presenza della foresta che opprime e trasforma l’andatura del racconto, come ha creduto di intravedere Emanuele Crialese, spettatore e presentatore d’eccezione durante la proiezione per stampa e pubblico, quanto un dispositivo ad orologeria che non riesce a scolpire il tempo. Perchè vengono in mente molte suggestioni durante la visione di Muukalainen, dal Skolimowsky di The Shout a un’irritante allure Tarkovskijana che illude con una bella fotografia iniettata di grigi di restituire un’immagine-tempo che al contrario, teme di perdersi nel peso della durata. Montato come un qualsiasi film che dell’editing preferisce l’asetticità senza increspature, la sensazione è quella di assistere a qualcosa di già visto migliaia di volte, e non si tratta del sistema beffardo e parassitario della citazione; la ripetizione, lo sappiamo , può essere feconda e combinatoria, ne è un’esempio un film come Stella di Sylvie Verheyde altro piccolo film presentato alle giornate degli autori che esce dalla confezione glamour con momenti di cinema di una certa forza. Il già visto nel caso del film di Jukka-Pekka Valkeapää è un tranello produttivo, ovvero quello che si riferisce ad un cinema d’autore costruito ad hoc con tutte le sue sclerosie e i suoi tic adattati al mercato, un sistema perverso e pervasivo che compiace il frequentatore antiamericano che occupa “consapevolmente” le sale d’essai e che non distingue il testo dall’immagine, prendendosi Michael Moore e Godard al prezzo di uno. La sensazione è terribile e con un rovesciamento paradossale, confortante, perchè se Muukalainen nella sua falsità mozzafiato colpisce questa voglia di superficie che da Ozpetek ad una buona parte dei film della mostra sembra il simulacro di un cinema che si è venduto trasversalmente all’immaginario globale, l’irritazione suscitata da Bressane o la noia ipnotica del bellissimo The Sky Crawlers di Mamoru Oshii, sono le schegge di un cinema (im)possibile che ancora riesce a smuovere cervello e viscere.