Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

15 Settembre, 2010
Venezia 67 – Fuori Concorso – Vallanzasca, Gli Angeli del Male – di Michele Placido (Italia, 2010)

Di

Vallanzasca è prima di tutto un film girato come se ne dovrebbero girare di più in Italia: scorrevole e ritmato , curato nella ricostruzione degli ambienti, ottimamente recitato , si presenta come una produzione d’intrattenimento in grado di non sfigurare al cospetto di un prodotto americano medio. Con il racconto delle imprese di Renato Vallanzasca (miglior prova in carriera per Rossi Stuart), dai primi furti nell’infanzia fino all’ultimo di una serie di rocamboleschi arresti, passando per le sanguinose rapine della Banda della Comasina e per il rapporto con l’amico/rivale Francis Turatello, Placido riesce perfettamente nel suo intento di proseguire il discorso di genere cominciato con Romanzo Criminale e nel costruire un gangster movie credibile attorno all’appeal epico del suo personaggio principale. Detto questo, restano dei forti dubbi sul modo in cui avviene la trasposizione sul grande schermo di fatti e personaggi realmenti accaduti. La problematica non risiede nel soggetto dell’operazione in sé (per molti versi simile a quella del lavoro sulla Banda dellla Magliana) ma sui termini in cui quel soggetto viene rappresentato. Il ritratto del Bel Renè, pervaso da un’indulgenza poco meno assoluta di quella mostrata sempre al Lido da Rodriguez verso il suo parossistico Machete, non presenta tracce evidenti di problematizzazione: ne emerge l’incontenibile verve malandrina, la parlantina simpatica e mascalzona, la sostanziale onestà dei valori nella relativa disonestà delle azioni. Vallanzasca è adorato e riverito da donne, compari e genitori, incolpevole negli spargimenti di sangue, affezionato alle idee di famiglia e di condotta morale ben più di chi gli sta attorno. La sua unica vera vittima parrebbe essere Enzo Carloni, corrispondente nella realtà a Massimo Loi, giovane assassinato trucemente durante la sommossa di San Vittore e diventato nel film un amico di infanzia violento e vigliacco a causa della droga, responsabile di delitti, scorrettezze e dell’incarcerazione del bandito, dunque in fin dei conti meritevole di una brutta fine. Persino nell’omicidio, Vallanzasca dimostra la sua magnanimità, come fa nel finale anche verso le forze dell’ordine, prive di parigrado carismatici (come poteva essere il personaggio di Accorsi in Romanzo Criminale), ma composte invece da scagnozzi invidiosi intenti a contrapporgli una resistenza ricca di inganni e priva di scrupoli. Che i canoni del genere in questione richiedano, anche nelle trasposizioni dalla realtà, una certa fascinazione per il proprio protagonista rimane fuor di dubbio, purchè risulti chiaro che di fascinazione per il male si tratta. Lungi dall’assumere una posizione censorea e moralizzante che non ci appartiene, si ribadisce in ogni caso l’utilità per lo spettatore di un approccio critico e documentato a quella che è in effetti una ricostruzione finzionale dei fatti, affatto evidenziata dalle consuete didascalie cronachistiche nel finale. A patto che si prenda atto di questo, buon divertimento.

Alfonso Mastrantonio