Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Settembre 12th, 2011
Venezia 68 – Fuori Concorso – This is not a film di Jafar Panahi (2011)

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Arrivato all’ultimo Festival di Cannes attraverso una chiavetta USB clandestina, l’ultimo lavoro di Jafar Panahi rappresenta, fin dal titolo, un grido di dolore e una sfida a quell’establishment politico che lo costringe al silenzio e alla reclusione fra le quattro mura di un appartamento di Teheran. Riflessione sul ruolo e i confini del cinema (che senso avrebbe un film se non si distinguesse da un’idea sviluppata dalla mente del regista? È possibile separare ideazione e realizzazione di un film o è piuttosto attraverso quest’ultima che l’immaginazione si metta all’opera, costruendo di fatto quello che prima era soltanto un abbozzo?), “This is not a film”, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia fra le pellicole Fuori Concorso si ricollega idealmente alla lettera che, durante la scorsa edizione del Festival, il regista iraniano aveva inviato per accompagnare il cortometraggio “The accordion”, commentando con parole amare quella sentenza che non soltanto lo obbligava a sei anni di prigionia, ma gli impediva di lavorare per i successivi venti: “impedire ad un regista di girare film equivale ad impedire ad un uomo di pensare”, scriveva Panahi nelle poche righe che avrebbero sostituito la sua presenza sul palco. Ma se Panahi non può scrivere sceneggiature e girare film, per distrazione nessun accenno viene rivolto alla possibilità di recitare o di leggere in diretta un copione precedentemente preparato: ed ecco “This is not a film”, che nasce dalle pieghe e dai cavilli di una sentenza meschina e testimonia con vigore l’inesauribile attaccamento di un uomo alla propria evocazione e ai mezzi espressivi che ne costituiscono il tramite necessario. Panahi legge brani di una sceneggiatura che forse non diverrà mai un film, delimitando con lo scotch le zone del soggiorno e invitando lo spettatore a riempire con la fantasia quello che l’occhio non riesce a vedere, mentre il collega e amico Mojtaba Mirtahmasb regge la telecamera e sceglie le inquadrature, incarnando quel necessario elemento che fa da tramite ai sogni di un uomo imprigionato. Se la storia che si vuole raccontare rappresenta il cerchio magico che traccia il solco iniziale, sono le ambientazioni, gli spazi, le interpretazioni che danno ad un film carne e sangue, come accade in quel neorealismo iraniano in cui l’immediatezza dei gesti e dei colori si sottrae all’artificio e alla retorica. Così Panahi, che prima ricerca nei suoi film passati i momenti nei quali gli attori stessi hanno avuto la capacità di trasformare le intenzioni iniziali del regista, improvvisandosi a loro volta costruttori delle immagini, poi sembra improvvisamente accorgersi della vanità e della falsità di quell’esercizio, tace e rinuncia alla recita, incapace di proseguire quello che ha il sapore di un gioco infantile. Da fuori, dalla Teheran che non ci viene mai mostrata, giungono gli echi di una notte di tensione durante le celebrazioni dell’annuale festa del Fuoco, che lo stesso regista, come per un’irresistibile attrazione, riprende dal minuscolo obiettivo del proprio Iphone. Quando l’amico torna a casa, intimandogli di non toccare la macchina da presa, Panahi si ribella, imbraccia il suo occhio più potente e sale in ascensore con un giovane iraniano, studente d’arte che si arrabatta con i lavori più umili e raccoglie la spazzatura nel palazzo. Di piano in piano durante il viaggio in ascensore alla ricerca dei sacchetti lasciati dai vicini, il regista e lo studente discutono di un paese dal futuro incerto e dal concetto molto vago di libertà, fino a che, quando quest’ultimo si allontana, oltre il cancello del condominio di Teheran, Panahi è costretto a fermarsi, indugiando dietro la porta che si chiude alle sue spalle, fino a ridursi ad un silenzio che non coincide però con la resa.

Sofia Bonicalzi


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