sabato, Settembre 19, 2020

Venezia 68 – Giornate degli autori – L’Hiver dernier di John Shank (Belgio, Francia 2011)

Joan (Vincent Rottiers: À l’origine e Je suis heureux que ma mère soit vivante) lavora in una cooperativa agricola sull’altopiano dell’Aubrac, mestiere che ha ereditato dopo la morte del padre, vivendo, per quanto gli è possibile, completamente fuori dl suo tempo. Ha una bella fidanzata, Julie (Anais Demoustier: Il viaggio di Jeanne e Il tempo dei lupi), con la quale fa l’amore, ma con cui non comunica e parla poco e raramente va a trovare la sorella Marie (Florence Loiret Caille: Trouble everyday e La vita sognata dagli angeli) degente in un istituto psichiatrico. Le cose alla cooperativa non vanno troppo bene e gli altri soci vorrebbero cedere tutto ad un italiano che aumenterebbe la produzione diminuendo i costi allevando il bestiame in batteria, ma Jean si oppone malgrado le difficoltà, troppo attaccato a quella vita semplice e silenziosa, l’unica che conosce. Quando anche un incendio causa il definitivo infrangersi di questo suo micro universo Jean continua imperterrito a non arrendersi ingaggiando una muta lotta con il resto del mondo per la difesa dei suoi ideali, cosciente del fatto che questo sono tutto ciò che ha e che su di loro ha costruito la sua precaria esistenza. Un lungometraggio d’esordio quello di John Shank, classe 1977 americano del Midwest che vive e lavora in Belgio da molti anni, lento e molto sofferto, realizzato con grande cura stilistica ma che si snoda in sequenze lunghissime e unidimensionali supportate dall’eccellente fotografia di Hicame Alaouie. Mosso dalla volontà di presentare una terra che ha la priorità su tutto e nella quale i personaggi sono solo piccole figure su sfondi naturali, come ha lui stesso dichiarato nell’incontro che ha seguito la proiezione, il regista americano scivola inevitabilmente nell’autoindulgenza realizzando una pellicola sicuramente stilisticamente ben costruita e corredata da immagini che ricordano tele impressioniste alla Corot, ma che un po’ troppo presta il fianco a quella sensazione di noia che dispiace sempre provare accostandosi ad un’opera prima un po’ incerta sulla strada da percorrere.

Redazione IE Cinema
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