mercoledì, Settembre 30, 2020

Luchino Visconti, Rocco e i suoi fratelli di Mauro Giori (Lindau, 2011)

1960. E’ la stagione della “Dolce Vita” e dell’”Avventura” quando “Rocco e i suoi fratelli” arriva nelle sale e Visconti, alieno dalle divagazioni oniriche felliniane e dagli sconquassi metafisici di Antonioni, scioglie il neorealismo nel melodramma con la storia dei cinque fratelli lucani, “come le dita di una mano” dice la madre di verghiana memoria, arrivati nella città tentacolare, la Milano della nebbia, delle fabbriche e degli incontri di pugilato. Due trattamenti, un soggetto, sei redazioni della sceneggiatura, e una mole di appunti, scalette, brani e lettere testimoniano il complesso lavoro preparatorio che precedette la realizzazione del film, mettendo in luce ripensamenti e cambi di fronte, mutamenti nell’intreccio, nella caratterizzazione dei molti personaggi e perfino nelle ascendenze letterarie. “Rocco e i suoi fratelli”, il saggio omonimo di Mauro Giori, si propone in primis di rimettere ordine nell’intricata matassa di supposizioni e false certezze relative alle origini della pellicola, interpretando aspirazioni del regista e contributi personali degli sceneggiatori (da Suso  Cecchi D’Amico a Pasquale Festa Campanile, fino allo stesso Visconti) nell’alveo del rapporto con il leggendario Goffredo Lombardo, il patron della Titanus che lanciò il film come un capolavoro annunciato alla Mostra del cinema di Venezia, e poi fu accusato da Visconti di non aver difeso la pellicola dagli attacchi di censori e magistrati. Variazioni e modifiche testimoniano la difficile ricerca di un equilibrio “a quattordici mani” che si tradurrà in un opera di difficile catalogazione, ove gli intenti sociali si mescolano all’idiosincrasia viscontiana per le passioni (auto)distruttive, e i riferimenti culturali si confondono con gli spunti psicoanalitici. Gente che va e gente che viene: un nucleo familiare e la sua ineluttabile dissoluzione attraverso il contatto con le forme più inquietanti del boom e dell’urbanizzazione selvaggia, fino al discorso conclusivo di Ciro (Guido Aristarco ci scriverà un saggio “Ciro e i suoi fratelli”), il fratello operaio che saprà ancora parlare di fratellanza e di giustizia sociale. “Rocco” è anche un romanzo di formazione (collettiva) rovesciato che guarda al Verga dei Malavoglia (travolti dalla fiumana del progresso) e al Mann di “Giuseppe e i suoi fratelli”, ma costruisce i suoi personaggi nel solco delle immagini dostoevskijane dell’”Idiota”, con Rocco che soffre delle debolezze e delle “crisi di santità” del principe Myskin. Al di là delle fonti dichiarate e più celebrate, Giori individua quelle forse più profonde e meno esplicitate: in “Rocco” vive lo spirito dei racconti milanesi di Testori che si occupò probabilmente della correzione dei dialoghi milanesi e mise a disposizione un repertorio di caratteri e atmosfere che emergono a più riprese nell’universo viscontiano. Altrettanto intricate, fra attacchi preventivi, calcolato ribrezzo e entusiasmi proletari risultarono le reazioni a pellicola finita quando, dopo la presentazione veneziana, Visconti si illuse di sfuggire alle forbici dei censori, dando invece il via al fuoco incrociato di detrattori ed estimatori, in un momento storico in cui ogni dibattito culturale sembrava destinato a trasformarsi in discussione politica (e in questa chiave fu interpretato il premio di consolazione vinto alla Mostra del Cinema). Se alcune scene furono scorciate per offesa al pubblico decoro (la violenza e poi l’omicidio di Nadia, la prostituta legata a Simone, ma innamorata di Rocco), la pellicola resse alle accuse di razzismo nella delineazione dei personaggi meridionali, finendo però per incontrare a fasi alterne il favore del pubblico operaio (“Avrei preferito un vecchio western onesto e facilone” commenta un lettore de “La Stampa”), spaventato dagli eccessi melodrammatici che animano le esistenze altrimenti grigie dei protagonisti. Non solo analisi della struttura filmica, ma prezioso strumento per indagare le modalità di ricezione dell’opera nella trama culturale dell’epoca, il saggio di Giori rappresenta quindi un elemento prezioso all’interno della letteratura viscontiana.

 

Sofia Bonicalzi
Sofia Bonicalzi
Sofia Bonicalzi è nata a Milano nel 1987. Laureatasi in filosofia nel 2009 è da sempre grande appassionata di cinema e di letteratura. Dal 2010, in seguito alla partecipazione a workshop e seminari, collabora con alcune testate on line.

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