lunedì, Agosto 2, 2021

30° Torino film Festival – Present Tense di Belmin Söylemez (Turchia, 2012) – Concorso

Il cinema turco, da qualche anno a questa parte, sta vivendo un periodo di fermento, soprattutto grazie al lavoro di talentuosi registi quali Nuri Bilge Ceylan e Semih Kaplanoglu. Present Tense, della regista Belmin Söylemez, recupera in parte l’uso della dilatazione temporale e dei silenzi – tutti elementi caratteristici del cinema turco d’autore, rivisitandoli in maniera più discreta e accessibile per il grande pubblico. Il risultato risulta però, alla fine, un po’ stanco, monocorde, e senza tensioni.
Il film, che vede tra i produttori anche il celebre regista iraniano Jafar Panahi, tiene fede a uno dei temi più ricorrenti in questo Festival di Torino: la precarietà nel lavoro dell’universo femminile. Presente Tense è, infatti, la storia di Mina, giovane donna che vive ad Istambul ma che vorrebbe partire per gli Stati Uniti in cerca di un futuro migliore. Il lavoro, per lei come per altre donne turche, è sempre un problema – vive in un appartamento, ma è sotto sfratto da diverso tempo perché non paga l’affitto. Dopo molti lavori temporanei, riesce a farsi assumere in un Caffè del centro, dove dovrà svolgere una particolare mansione, ignota da noi in Italia, ma molto celebre in Turchia: la donna deve prevedere il futuro attraverso i fondi di caffè. La pratica – tramandata da un’antichissima tradizione sciamanica – è diventata, nella Istambul contemporanea, una moda fashion, soprattutto tra le donne di mezza età, che amano sentirsi predirre il futuro (o analizzare il presente) dopo un pranzo o una cena. Ma la disillusione di Mina per il proprio futuro cresce giorno dopo giorno, e la sua speranza di partire si allontana sempre di più.
Il futuro incerto di Mina è lo stesso di molte sue coetanee. I destini che predice si assomigliano un po’ tutti: ognuna si ritrova nelle sue parole. Questo gesto scaramantico di farsi predirre il futuro attraverso i rimasugli in una tazzina di caffè denota un rifiuto della razionalità, una disillusione nei confronti di un “positivismo” che ha fallito, di una modernità che non ha portato quel benessere che ci si aspettava. Ci si rifugia, quindi, nell’illusione, per scappare da una contemporaneità che non dona soddisfazioni. Soggiace, per l’intero film, un desiderio di fuga, di evasione, come quello vissuto da Mina, ripetutamente intravisto nella carta da parati che ricopre il Caffè dove lavora la donna, o nei cartelloni della città di Istambul, che richiamano continuamente agli Stati Uniti.
Mina è un personaggio rassegnato, privo di vitalità. Ha avuto una sola relazione amorosa nella sua vita, ha riservato ad essa tutte le sue speranze, e ora non crede più a nulla. L’attrice Sanem Öge che la interpreta trasmette, con la sua inespressività, la passività del personaggio. Il film riflette questa disillusione attraverso un andamento monocorde, privo di mordente, e alla lunga un po’ troppo lento. Il film si chiude però con una speranza: sui titoli di coda, in ralenti, vediamo quelle tazzine che hanno dominato l’intero film, finalmente messe a lavare. Un monito o una speranza, forse: Mina, e molte altre donne con lei, hanno smesso di sognare soltanto: forse, finalmente, vogliono agire sul serio.

Nicolò Vigna
Nicolò Vigna si è laureato nel 2010 al Dams di Torino, con una tesi sulla questione dello «stile» nel cinema noir post-classico. Collabora da anni con alcune riviste cinematografiche on-line e con la Biblioteca del Museo Nazionale del Cinema di Torino.

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