Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Joseph Losey, maestro del cinema morto nel 1984, regista intorno al quale il dibattito critico e l’attenzione erano da troppo tempo assopiti, uno speciale in sei parti 

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Trentasette fra lungometraggi e corti, un volume di saggi e testimonianze edito dal Castoro: è la ricca retrospettiva curata da Emanuela Martini che quest’anno il TFF propone su Joseph Losey, maestro del cinema morto nel 1984, regista intorno al quale il dibattito critico e l’attenzione erano da troppo tempo assopiti.

Un convegno internazionale aveva già richiamato nel 2009 a Pordenone studiosi e amanti del suo cinema. Fra gli ospiti, i suoi maggiori critici, Pierre Rissient e Michel Ciment, con Patricia Losey, moglie e collaboratrice del regista negli ultimi film, avevano promosso una ricognizione a tutto campo sulla sua vicenda umana e sulla genesi di una poetica e di uno stile che, da Brecht a Pinter, passando attraverso il magistero di Ėjzenštejn, non ha mai dimenticato le origini americane, dando vita ad un linguaggio complesso, poliedrico, teso fra suggestioni classiche e modernità.
La retrospettiva a 360° del TFF sulla vasta filmografia conta, fra le punte di diamante, pellicole in parte dimenticate o trascurate dai consueti circuiti Home Video, e risponde ad una esigenza di completezza preziosa per la conoscenza del percorso esistenziale e artistico di Losey. Come per Eugène Green, protagonista della retrospettiva 2011, anche per Losey c’è stata una fuga verso l’Europa e un’America da dimenticare. Storie diverse in tempi diversi, scelta per l’uno, necessità per l’altro, singolare la convergenza. Se Francia e Inghilterra sono diventate la loro nuova patria, l’Italia è stata un paesaggio interiore, luogo di momenti importanti della creazione artistica, culla di quel barocco che in Green è musica, in Losey immagine, per entrambi coscienza di una inedita condizione umana, coinvolta in uno scontro continuo tra apparenza e forma della realtà, precarietà delle cose e perdita dell’antica sicurezza di essere al centro dell’Universo.
Teatralizzazione della messa in scena, dunque, contrappunto e fuga nella composizione, virtuosismo nelle immagini a rappresentare la precarietà di una realtà sempre più indecifrabile, imprecisa, sfuggente. Tema centrale del lungo percorso artistico di Losey è la claustrofobia morale di un potere che trionfa in tutte le sue forme e si accredita agli occhi dei singoli attraverso la rappresentazione di sé (la cerimonia, la festa, l’etichetta, le buone maniere).
I rapporti di forza, tra le classi e al loro interno, vibrano sotto le apparenze, il tormento e il dubbio, le aspirazioni e le passioni si riflettono negli specchi come su una scena teatrale, le forme simboliche dell’apologo astratto convivono in sinergia profonda con l’impegno democratico, corroborato dal sodalizio con Brecht e Pinter.

Joseph Losey, dai primi film all’esilio europeo

L’approdo in Europa non fu facile per Losey, uomo di teatro arrivato relativamente tardi al cinema. Le vicende personali di iscritto nella famigerata lista nera della HUAC (House Unamerican Activities Committee) sono note. Le lezioni di cinema di Ėjzenštejn seguite a Mosca nel ‘35, l’impegno successivo nel Federal Theater Project del New Deal rooseveltiano, la collaborazione nel ‘47 con Brecht per l’allestimento teatrale della Vita di Galileo a Los Angeles e New York, furono ragioni più che sufficienti per porlo nel mirino della Commissione. Era il 1951, e la proposta del produttore John Weber di girare un film in Italia, Imbarco a mezzanotte, (( La sceneggiatura fu scritta da Ben Barzman traendo dal racconto La bouteille de lait di Noël Calef. )) arrivò al momento giusto per sottrarsi ad uno di quegli indegni processi che gettarono ombre lunghe sulla coscienza democratica dell’America post rooseveltiana. Losey non tornò più in America.

Imbarco a mezzanotte era la storia di un uomo e di un bambino in fuga per aver commesso due reati, nati entrambi dal bisogno di sopravvivenza.
L’incontro fra le macerie di una città, Livorno, devastata dalla guerra, la loro solidarietà, la presenza di Henri Alekan, un talento della fotografia, le garanzie di serietà offerte dalla piccola casa produttrice, la Pisorno di Tirrenia, positivo contrappunto alle grandi produzioni cinematografiche viziate da troppi interessi e condizionamenti, tutto collaborò perché questo americano del Wisconsin, attratto dal soggetto, si trovasse invece a vivere in Italia la frattura più traumatica e definitiva con il suo passato. Ma neppure l’Italia si distinse per lungimiranza in quella vicenda.(continua nella pagina successiva…)

Paola Di Giuseppe


 

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