Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Joseph Losey, maestro del cinema morto nel 1984, regista intorno al quale il dibattito critico e l’attenzione erano da troppo tempo assopiti; quarta parte dello speciale in sei parti curato da Paola Di Giuseppe e dedicato al grande regista Americano... 

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Trentasette fra lungometraggi e corti, un volume di saggi e testimonianze edito dal Castoro: è la ricca retrospettiva curata da Emanuela Martini che quest’anno il TFF propone su Joseph Losey, maestro del cinema morto nel 1984, regista intorno al quale il dibattito critico e l’attenzione erano da troppo tempo assopiti.

Leggi la prima parte dello speciale “dai primi film al noir”

Leggi la seconda parte dello speciale “Gli anni cinquanta”

Leggi la terza parte dello speciale “dagli anni sessanta a caccia sadica”

 

Fra il ’64 e il ’76 Losey affronta per quattro volte un tema storico e sceglie momenti chiave per guardare ai destini individuali riverberati dalle grandi tragedie dell’umanità. Guardare al passato e tornare al presente, nel cinema di Losey, significa riaffermare un “continuum temporale, coesistenza del presente, del passato e del futuro, ai quali solo il bisogno che hanno gli uomini di frammentarli in unità temporali conferisce un limite.”

La Grande Guerra, la Rivoluzione sovietica, il processo a Galileo e la Shoah fanno da sfondo a Per il re e per la patria (King & Country, 1964); L’assassinio di Trotsky (The Assassination of Trotsky; 972); Galileo, 1975; e Mr. Klein, 1976. Se King & Country e Mr. Klein appartengono senza dubbio al numero delle sue grandi prove, su The Assassination of Trotsky il giudizio critico non è del tutto positivo, nonostante l’ottimo cast (Richard Burton, Alain Delon, Romy Schneider, Valentina Cortese, Giorgio Albertazzi) e l’argomento appassionante, l’assassinio del fondatore della IV Internazionale e avversario di Stalin, rifugiatosi a Città del Messico e ucciso a sangue freddo dal sicario Frank Jackson, inviato dai servizi segreti sovietici su ordine di Stalin. Opera apertamente politica, che affida ampie suggestioni al passaggio frequente dei murales di Clemente Orozco e Diego Rivera e alle grandi manifestazioni di piazza, risulta poco convincente nella sceneggiatura di Nicholas Mosley, piuttosto piatta e incapace di dare giusto slancio alle capacità dei due grandi protagonisti, Burton (Trotsky ) e Delon (Jackson). La ricostruzione dell’omicidio è in ogni caso avvincente, sia per la luce che getta su un episodio avvolto da molti misteri e imprecisioni documentarie, sia per lo stupefacente e asettico realismo visivo che Losey sempre costruisce intorno alla violenza.

Del Galileo fu lo stesso autore a dichiararsi insoddisfatto: “Credo che si possa dire con sicurezza e a buon diritto che non sia mai stata realizzata una sola riduzione cinematografica accettabile dell’opera di Brecht”.

Se una simile autosvalutazione è comprensibile (difficile che un artista si dichiari soddisfatto della sua opera) e il dramma di Brecht su cui è modellato un confronto arduo per chi, come Losey, era vissuto per anni in un sodalizio umano e artistico totale con il grande drammaturgo tedesco, va anche detto che il giudizio su questi film travalica una semplice valutazione di carattere estetico. Losey si avvicina a oggetti della Storia evitando ideologismi e interpretazioni a senso unico, usa l’intelligenza storiografica per tradurre in cinema vicende di individui e popoli le quali aderiscono a quell’idea di “cinema antropomorfico”, proclamata da Visconti nel ’43, secondo cui “il peso dell’essere umano, la sua sola presenza, è la sola ‘cosa’ che veramente colmi il fotogramma, che dalle passioni che lo agitano acquista verità e rilievo” (( L.Visconti, Il cinema antropomorfico, in Cinema, n. 173-174, 1943 )) La prospettiva su quegli orizzonti ne esce così arricchita da uno stimolo conoscitivo che induce a riflessione profonda sulla condizione umana. (continua nella pagina successiva…)

Paola Di Giuseppe


 

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