martedì, Settembre 29, 2020

30° Torino film Festival – Retrospettiva Joseph Losey 4/6 – Lo sguardo di Losey sulla Storia

La Storia è un’immane tragedia, la volontà di potenza ne è il motore; sudditanza, violenza e sopraffazione, realtà immanenti all’uomo ed esemplificate nelle vicende dei singoli. Meditazione politica ed etica, la Storia raccontata da Losey traduce nel linguaggio del cinema la complessità e contraddittorietà del reale, mette in scena vite celebri o storie oscure per parlare della stessa cosa: la patologia dell’orrore e l’affermazione della dignità umana. Le putride trincee della Grande Guerra, dove si può fucilare un innocente perché disertore senza saperlo, gli sfarzosi saloni pontifici, dove il Sant’Uffizio annulla con tranquilla coscienza le conquiste di Galileo, i vagoni piombati diretti ad Auschwitz, dove Mr. Klein scopre che il destino di ogni uomo è anche il suo, l’assassinio come risoluzione di controversie politiche in tempi di negazione del diritto in ogni sua forma, sono queste le scelte di un cinema che non ha mai smesso di porre l’uomo al centro della sua indagine. Galileo è certo un film imperfetto, gli stacchi musicali, affidati a tre voci bianche che fungono da didascalie di passaggio, dopo un po’ generano peso. Lo stesso vale per lo spettacolo con saltimbanchi e cantanti in una piazza italiana, inutilmente lungo e privo di attrattiva. Eppure è un film ricco, intenso, tiene sospesi come se non sapessimo com’è andata, e scende in picchiata dentro le vertigini dei suoi personaggi. Dare una versione cinematografica al testo brechtiano era stato obiettivo costante di Losey, a lungo interdetto da ragioni politiche e difficoltà economiche, fin da quando, nel ’47, ne aveva curato con l’autore la messa in scena teatrale in America. Amore per il teatro e passione politica, condivisione del messaggio brechtiano e ammirazione per la grande prova di Charles Laughton, interprete del Galileo “americano”, tutto portò Losey a perseverare nel progetto per un quarto di secolo. Scaduti i diritti acquisiti allora dalla Paramount, poté finalmente realizzare il suo sogno di “trovare un equivalente cinematografico allo stile teatrale di Brecht, purtroppo senza Laughton, deceduto nel frattempo. Il film nasce dalla versione ritradotta in tedesco, quella del ’53, testamento spirituale e ultimo dei Versuchen, “tentativi”, quei continui rimaneggiamenti rigenerativi a cui Brecht sottoponeva le sue opere. Il cast è di prima qualità: Chaim Topol, interprete brechtiano di lungo corso, nella parte dello scienziato, Tom Conti, Edward Fox, Michael Gough e Judy Parfitt nei ruoli maggiori, ma gran risalto hanno anche ruoli minori come quello di Michel Lonsdale, un cardinal Barberini, futuro papa Urbano VIII, capace di squadernare in due brevi flash una sintesi quanto mai efficace dello spirito della Controriforma, o la breve apparizione di Colin Blakely, mercante di Venezia che sembra scaricato di peso dalle scene shakespeariane. Girato in un teatro di posa in Inghilterra per lo scarso budget che impedì di trasferirsi sui luoghi originali, Galileo mantiene intatta la provenienza teatrale, che non risulta affatto dissonante con il “cinema da camera” di marca tipicamente loseyana. La scenografia ha suggestioni pittoriche, tableaux vivants ricostruiti con cura calligrafica, anticipazioni delle performances di Greenaway su tele e affreschi del Rinascimento. Lo scienziato domina la scena, la vicenda è nota, Brecht e Losey non vogliono ottenere simpatia per il personaggio ma piuttosto sottolineare il vero senso della sua ambivalenza. Egocentrico come si addice a uno scienziato puro, o a un artista, a Galileo tutti devono perdonare qualcosa: la figlia la perdita di un marito facoltoso, il fedele allievo Andrea Sarti la sua abiura e infine la sua autoflagellazione, la Chiesa la perdita del cielo. E Galileo deve perdonare sé stesso, come ogni uomo che, senza esserlo, vive in uno sventurato mondo che “ha bisogno di eroi”. Ha abiurato per paura, non ha saputo dire di no, e questa sarà la sua pena, ma la sua scienza è più grande di lui e il tempo saprà rendere obsoleto quel conflitto. Qui non è in ballo il dissidio scienza/fede, ormai superato, il tema del Galileo è ben più ampio e vissuto sulla propria pelle dai due autori: è lo scontro tra verità e ideologia, è l’incapacità di guardare in direzione della luce, è l’accerchiamento che ignoranza, viltà, opportunismo e paura pongono intorno all’uomo che vede.

Ancora uno scenario dalla grande Storia per King & Country, un film di guerra in cui “… non si tira un solo colpo di fucile, tranne che nella scena dell’esecuzione.- dice l’autore – Volevo che tutto il film desse una rappresentazione della realtà più ampia della vita, ma capace tuttavia di offrire un’immagine sincera, insopportabile, inevitabile, della stupidità e dell’orrore, di ciò che gli uomini possono fare gli uni agli altri”. Vincitore del British Academy Award per il miglior film del 1964, fu presentato in concorso alla 29° Mostra del cinema di Venezia e Tom Courtenay ottenne la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile. Bogarde, reduce dalla superba interpretazione in The Servant dell’anno precedente, non è da meno, e, insieme, formano un dittico complementare di attori, a cui Losey affida un film di rottura, dove la guerra cessa di essere spettacolo. Adattamento di Evan Jones dalla commedia di John Wilson, a sua volta ispirata a un racconto di James Lansdale Hodson, King & Country narra il processo e la condanna a morte di un soldato accusato di diserzione, durante la prima guerra mondiale sul fronte belga. In apertura il Royal Artillery Memorial di Hyde Park Corner a Londra, una sequenza di primi piani sui rilievi, ruote di carri nel fango, facce curve a terra, pugni serrati, braccia tese e convulse, elmetti caduti da teste rovesciate nello spasmo della morte: una Guernica di marmo per un canto di morte sulla Grande Guerra. (continua nella pagina successiva…)

Paola Di Giuseppe
Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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