martedì, Settembre 29, 2020

30° Torino film Festival – Retrospettiva Joseph Losey 4/6 – Lo sguardo di Losey sulla Storia

Sono di scena il soldato semplice Arthur Hamp (Tom Courtenay) e il capitano Hargreaves (Dirk Bogarde), una trincea fangosa percorsa da topi, un cavallo stramazzato che si scioglie nella poltiglia, soldati e ufficiali uniti in un’attesa sorda del nulla, la morte, probabilmente. In lontananza, un cannoneggiare continuo sulla prima linea, lì dove tutti torneranno domani, dopo una breve tregua per ubriacarsi di acquavite rubata alla cucina, mettere in scena grotteschi siparietti con processo al topo che ha morso l’orecchio al soldato o improvvisare performance da teatro dei pazzi, con l’esecuzione della condanna a morte del soldato, disertore senza saperlo, che andrà davvero davanti al plotone il mattino dopo. Disperazione e dolore, ingiustizia e follia dell’uomo, non più traducibili in simboli e metafore, concessioni al vittimismo e al didascalismo pietoso, ancor meno con un realismo di maniera per rappresentare l’irrappresentabile, implodono in un catatonico succedersi di immagini sporche come una trincea. Suoni diluiti dalla pioggia incessante, ombre che invadono la scena e negano a volti e figure la loro integrità, spezzata da angolazioni innaturali, sospesa nella registrazione di un ordine universale delle cose violentato dalle aberrazioni della volontà. Fotografie del paesaggio devastato nella campagna di Passchendaele, luogo di una carneficina tristemente famosa di quella guerra, e cadaveri in decomposizione crivellati da parassiti, fanno da sfondo alla cella fetida in cui Hamp è detenuto, dopo essere stato arrestato da una pattuglia vicino a Calais, in un apparente tentativo di fuga dai doveri di soldato.

Il capitano Hargreaves gli è stato assegnato dalla corte marziale come difesa. In aristotelica unità di tempo, luogo e azione, nel corso di 24 ore, giunge a compimento una tragedia che ha la sobrietà compatta e inflessibile del dramma teatrale e l’incomparabile forza di suggestione dell’immagine cinematografica. I dialoghi hanno una parte centrale nel film.
Hargreaves è un raffinato borghese, inizialmente diffidente di fronte all’ex calzolaio Hamp, uomo semplice che cerca di raccontare cosa l’abbia sconvolto tanto da spingerlo ad abbandonare la prima linea senza rendersi conto che stava disertando. Una corrente di autentica comprensione umana si fa strada durante il colloquio fra i due, poche frasi, quelle che un povero diavolo da tre anni in trincea riesce a dire, eppure bastano al capitano per fargli compiere quel gesto di umana pietà nello stupendo finale del film.

Nell’ultimo colloquio con il comandante, dopo la condanna, Losey fa muovere Hargreaves lungo i margini di un cono d’ombra che sembra risucchiarlo. Al centro della scena, il viso chiaro del comandante e una lampada, sola fonte di luce, che ne illumina la calma di uomo sicuro di sé, mai sfiorato dal dubbio, mentre legge il dispaccio governativo: “Il reggimento tornerà in linea domani. Occorre tenere alto il morale. L’esecuzione deve aver luogo immediatamente… Capitano, ha perso.”

“Tutti abbiamo perso – il viso del capitano alle spalle del comandante si riflette in uno specchio – siamo degli assassini, fuciliamo un povero imbecille solo perché ha fatto una passeggiata. Tecnicamente ha disertato, ma in realtà è stata solo una passeggiata… e lei lo sa bene, vero?”

Alla famiglia di Hamp una lettera comunicherà che il soldato è caduto in combattimento, per il Re e per la Patria.

Astrattismo di stampo kafkiano per Mr. Klein, ambiguità di ruoli, vite parallele ad un tragico incrocio. Forte della sceneggiatura di Franco Solinas, il soggetto arriva a Losey dopo esser passato per Costa-Gravas e Pontecorvo e diventa un apologo sulla debolezza morale dell’uomo e sul confine tra perseguitato e persecutore, limite che si annulla quando paura ed egoismo prendono il sopravvento. Ambientata nella Parigi del 1942, è la storia di Robert Klein (Alain Delon), ricco e gaudente mercante d’arte che prospera sulle sfortune degli ebrei costretti a vendere gioielli di famiglia. Klein ha un doppio, un altro Robert Klein, stesso nome, ma ebreo e partigiano nella Francia di Vichy. Non vedremo mai il secondo Mr.Klein, il gioco deve restare ambiguo, come la vita quando confonde i piani, e a Losey non interessano le ricostruzioni filologiche dei fatti. L’uomo e il suo doppio, maschere nude al capolinea della Storia, questo è in scena. Il caso (una lettera per Klein l’ebreo, recapitata al mercante d’arte per sbaglio) farà di quest’ultimo un perseguitato, in una metamorfosi che lo risucchierà nel vortice di una discesa inesorabile verso l’inferno nel quale precipiterà anche il vero ebreo, non immune neanche lui da quell’ambiguità che presiede sovrana alle vicende umane. Il sotterfugio usato per salvarsi, alimentando l’equivoco, non ha funzionato e, insieme, si ritroveranno fra i deportati verso i campi di sterminio. Beffa atroce o vendetta della Storia, non è dato capire, certo è smarrimento di strade e vuoto brancolare nel buio di una cecità angosciosa. All’uomo, immerso in un orrore che non vede, accecato come sempre quando si crede immune dal male, privo di scrupoli e di doverosi interrogativi su ciò che lo circonda, non resterà che guardare con gli occhi sbarrati di Mr. Klein oltre le sbarre del vagone, da cui scenderà soltanto nel lager. Le immagini del Vélodrome d’Hiver alle porte di Parigi dove, nel luglio del 1942, furono portati tredicimila ebrei francesi, poi trasferiti a Beaune-la Rolande, e da lì sui treni diretti ai lager, si sovrappongono dolorosamente, con il loro amaro realismo, al senso crescente di oppressione indotto dalla vicenda di Robert Klein. Brevi flash su bambini strappati ai genitori, sobrietà estrema d’immagini, sequenze ipnotiche di rastrellamenti in quartieri svuotati di vita, con poliziotti dall’ampio mantello nero svolazzante che caricano su macchine nere un’umanità inebetita, poi ammucchiata su tram urbani che attraversano mercati gonfi di facce indifferenti: Losey parla così della Shoah, con brevi tratti di penna e un piano inclinato, quello del tunnel che va verso il treno piombato, dove gli uomini rotolano trascinati giù, e non ci sarà ritorno.

 

Paola Di Giuseppe
Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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