Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Joseph Losey maestro del cinema morto nel 1984, regista intorno al quale il dibattito critico e l’attenzione erano da troppo tempo assopiti. Paola Di Giuseppe nello speciale di approfondimento dedicato al grande regista Americano; la quinta parte...  

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Trentasette fra lungometraggi e corti, un volume di saggi e testimonianze edito dal Castoro: è la ricca retrospettiva curata da Emanuela Martini che quest’anno il TFF propone su Joseph Losey, maestro del cinema morto nel 1984, regista intorno al quale il dibattito critico e l’attenzione erano da troppo tempo assopiti.

Leggi la prima parte dello speciale “dai primi film al noir”

Leggi la seconda parte dello speciale “Gli anni cinquanta”

Leggi la terza parte dello speciale “dagli anni sessanta a caccia sadica”

Leggi la quarta parte dello speciale “Lo sguardo di Losey sulla storia”

Il tema dell’innocenza profanata scorre dal primo all’ultimo film di Losey, corrente carsica che si riaffaccia a tratti in superficie, perché non ci si dimentichi della sua presenza.
Un bambino che deve smettere di essere innocente riappare a intervalli sulla scena, dal primo Peter dai capelli verdi de Il ragazzo dai capelli verdi del ’48 all’ultima, Frédérique (Isabelle Huppert), ragazza dai lunghi capelli rossi, allevatrice di trote ne La trota dell’82, passando per il gruppo di bambini di The Damned (1963) e Leo di Messaggero d’amore (1971).
Presenza saltuaria, ma cadenzata con intermittente precisione, è occhio che assiste immobile dalla platea allo svolgersi delle tristi vicende degli uomini su un palcoscenico mobile, in una invenzione e ricombinazione continua di trame, sgretolamento e ricomposizione di mondi, tutti diversi all’apparenza ma tutti uguali nelle loro logiche perverse.
Arrivati al fondo di questa strada, risulta più comprensibile di quanto non fosse nel ’51 la particolare lettura che Losey dà delle motivazioni di Martin (Peter Lorre), l’assassino di bambine in M. Martin uccide, paradossalmente, per evitare alla loro innocenza l’incontro con il male, da adulte. Il “mostro” non è lui, come non lo era il leggendario pifferaio di Hamelin, di cui Losey sembra adottare il principio etico (punire il comportamento sociale disonesto e corrotto) provocando lacerazioni profonde nell’immaginario individuale utilizzando il bambino come vittima sacrificale. Il piccolo flauto che l’assassino porta sempre con sé, nascosto nella tasca interna della giacca, su cui modula un motivetto sonoro dal Peer Gynt di Edvard Grieg, ‘Nell’antro del re della montagna’, è elemento rivelatore del collegamento alla fiaba. Il ventre dove sembra confluire in mille rivoli tutto il male di superficie è il garage multipiano di una città tentacolare, automobili ovunque e pavimenti in pendenza, prospettive sfuggenti e angolazioni improbabili. Martin, dopo la cattura, appare come un pulcino indifeso, dietro il finestrino di un’auto circondata dai mafiosi che lo useranno come merce di scambio con la polizia, prosciugato e smarrito tanto quanto prorompente e smisurato era stato Hans di Fritz Lang.

 Il mio cliente era un bambino, con grandi e molte speranze per il futuro.
Io non posso aiutarlo se non pensando: dove sono i killer?
Chi ha ucciso i suoi desideri di bambino?

 Sono le ultime parole di Langley (Luther Adler) avvocato della difesa. Senza enfasi né sussulti patetici, asciutto e breve come i finali di tutte le tragedie.
La messa in scena delle contraddizioni della società è un cardine ermeneutico dell’opera di Losey, l’impotenza della vittima sacrificale un tratto autobiografico, la denuncia, spogliata da ogni tentazione intellettualistica, è diretta, gelida e dura, non lascia scampo. Avanti così, ultima scena de La trota, il suo penultimo film, e fino a quella risposta di Frédérique: “È lo stesso per me” a chi le chiede se le piace l’attività di allevatrice di trote su larga scala che ora svolge. Il vuoto della sua vita è la risultante di un’arida equazione i cui termini, capitale, sesso, violenza e classe sociale, compongono uno scenario a cui non resta che adeguarsi o sfuggire, una volta persa l’innocenza, ma si sfugge solo per caso, con una morte accidentale, un omicidio, una malattia. Sono esclusi atti eroici e nobili prese di posizione. Il successo di Frédérique, quell’allevamento messole su dal ricco e saggio magnate giapponese a cui lei ha detto, in uno slancio sincero: “Avrei voluto lei come padre”, non può cambiare la storia, quella sua personale e quella del mondo. L’indifferenza rende Frédérique sgusciante come la trota in un acquario, attrae gli uomini come per un rilascio spontaneo di feromoni sessuali, che ha imparato ad usare con precisione scientifica e leggerezza un po’ sadica.

“Al giorno d’oggi omosessualità o eterosessualità non significano più nulla. Il punto è essere sessuale o non essere sessuale”, le ha detto quel che resta della splendida Eve (Jeanne Moreau), mito della femme fatale, qui moglie frustrata di un businessman in odore di fallimento, soppiantata dalla giovanissima Frédérique, nuova leva della condizione femminile, e abbattuta con un colpo in testa dal marito esasperato (Jean-Pierre Cassel).
Campi lunghi tengono lo spettatore distante, ellissi e flashback lo destabilizzano continuamente, nessuna introspezione psicologica è autorizzata, i personaggi sono maschere di un teatro dell’assurdo che compone quadri di straordinaria bellezza visiva per raccontarci quello che resta dell’uomo dopo la “caccia sadica”: il nulla, raccontato da un grande Maestro del Cinema.
L’innocenza profanata appartiene alla sua storia di uomo in fuga.

Paola Di Giuseppe