Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Terz’ultimo lavoro di Losey Don Giovanni raccoglie i frutti della sua lunga esperienza di uomo di cinema, attento a tutti i linguaggi dell’arte, raffinato fruitore di musica e sensibile cultore di arti visive.  

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Trentasette fra lungometraggi e corti, un volume di saggi e testimonianze edito dal Castoro: è la ricca retrospettiva curata da Emanuela Martini che quest’anno il TFF propone su Joseph Losey, maestro del cinema morto nel 1984, regista intorno al quale il dibattito critico e l’attenzione erano da troppo tempo assopiti.

Leggi la prima parte dello speciale “dai primi film al noir”

Leggi la seconda parte dello speciale “Gli anni cinquanta”

Leggi la terza parte dello speciale “dagli anni sessanta a caccia sadica”

Leggi la quarta parte dello speciale “Lo sguardo di Losey sulla storia”

Leggi la quinta parte dello speciale “la trota e l’innocenza profanata, qualche nota a margine”

Terz’ultimo lavoro di Losey, Don Giovanni raccoglie i frutti della sua lunga esperienza di uomo di cinema, attento a tutti i linguaggi dell’arte, raffinato fruitore di musica e sensibile cultore di arti visive. Mozart offre la sua musica, Masaccio dà i colori ai costumi, Giorgione illumina gli esterni, Palladio allestisce un set d’eccezione. Nella filmografia di Losey questo film occupa un posto d’onore, va pertanto collocato in uno spazio autonomo che indaghi le ragioni dell’interesse del regista per l’opera, registrata nel Catalogo personale di Mozart come opera buffa e denominata dramma giocoso in altre partiture.

Commedia per musica, di quelle che nel ‘700 erano di moda, Don Giovanni, dramma giocoso in due atti di Lorenzo da Ponte, musica di Wolfgang Amadeus Mozart, esce immediatamente fuori dal panorama ordinario contemporaneo Opera di materia complessa e ambigua, accoglie tutti i registri dell’esperienza di vita: amore, dolore, ira, vendetta, e infine precipita nella morte. L’opera buffa realizza questa totalità espressiva, “il n’ya que le comique qui soit la représentation de la vie” ( Paul Léautaud ) , e rappresentare la vita secondo un registro che del comico abbia tutta l’ambigua e straniante presa sul reale è stata spesso impresa di Losey, in qualche modo preceduto dal genio di Mozart, con altro linguaggio. Negli spazi dell’architettura veneto-palladiana Losey mette in scena la storia nera del libertino di Siviglia, passata fra tante mani, quella di Molière sembra fosse la preferita dal musicista, e riscritta da Mozart con Da Ponte, in tutta fretta, per l’impresario Boldini di Praga. Buon successo alla prima, il 29 ottobre 1787, a Praga, città che ha sempre capito Mozart, ma, una volta giunto a Vienna: “Andò in scena e… deggio dirlo? Il Don Giovanni non piacque. E che ne disse l’imperatore? ‘L’opera è divina: forse più bella del Figaro, ma non è cibo pei denti de’ miei viennesi’. Raccontai la cosa a Mozzart (sic), il quale rispose senza turbarsi: ‘Lasciamo loro il tempo di masticarlo’. Non s’ingannò. Procurai, per suo avviso, che l’opera si ripetesse sovente: a ogni rappresentazione l’applauso cresceva e a poco a poco anche i signori viennesi da’ mali denti ne gustaron il sapore e ne intesero la bellezza, e posero l’opera tra le più belle che su alcun teatro drammatico si rappresentassero”- parole di Da Ponte.

In apertura del film, un disegno a carboncino, lo scorcio della cella di un carcere. Sulla parete, di sghembo, una frase di Antonio Gramsci: “… il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati “.

Risacca in presa diretta sui titoli di testa, stridere di corvi in lontananza, scorrono le pagine di un catalogo di disegni allegorici del Settecento, mentre parte la battuta iniziale del Preludio, e scorre un brivido su quelle note che Mozart scrisse a opera conclusa, poco prima della sua rappresentazione, stringendola in una morsa: sono le stesse del duetto finale fra Don Giovanni e la Statua di pietra del Commendatore. La splendida fotografia di Gerry Fischer e l’orchestra e il coro del Théàtre National de l’Opéra di Parigi, diretti da Lorin Maazel, fanno da corona ad un cast degno dei migliori teatri d’opera mondiali: Don Giovanni: Ruggero Raimondi | Donna Elvira: Kiri Te Kanawa | Zerlina: Teresa Berganza | Donna Anna: Edda Moser | Leporello: José van Dam | Masetto: Malcom King | Don Ottavio: Kenneth Riegel | Commendatore: John Macurdy

Don Giovanni, presentato nella didascalia del libretto come “giovane cavaliere estremamente licenzioso”, s’inabisserà nella morte fra le fiamme, presenza ineludibile, presentita fin dalle prime immagini che Losey gira a Murano, fra i fuochi di una vetreria. Non resta che capire da quale parte del secolare dibattito critico sulla figura di Don Giovanni si ponga il regista. Tragico e comico si fondono in un unico registro in quest’opera fondamentalmente ambigua, ancora oggi, dopo secoli, capace di provocare un dibattito variegato e sempre irrisolto. Elementi comici e seri sono in reciproca interrelazione anziché in antagonismo: “Mozart trasformò l’opera seria introducendovi elementi caratteristici dell’opera buffa. La rese adeguata alle esigenze drammatiche rifiutando i vecchi modelli classici… ”  ( Charles Rosen, Lo stile classico, Milano, Feltrinelli, 1989 ) (continua nella pagina successiva…)

Paola Di Giuseppe


 

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