Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Novembre 27th, 2012
30° Torino film Festival – Terrados di Demian Sabini (Spagna, 2011) – Concorso

Di

Demian Sabini, regista e protagonista di Terrados, è Leo, avvocato disoccupato da cinque mesi, che ha deciso di guardare il suo paese, la Spagna, dall’alto, più esattamente dalle terrazze sui tetti della città, relegandosi in un extra moenia proiettato verso il cielo, ora che sulla terra non c’è più spazio per lui e per i suoi amici, disoccupati anche loro.
La década dorada, gli anni d’oro della Spagna dei primi anni Novanta, è un ricordo lontano. Crollato a velocità vertiginosa il mito della crescita miracolosa del post franchismo, da Gonzàlez a Zapatero, passando per Aznar, la recessione ha messo a nudo la fragilità del sistema e l’inefficienza della classe politica, aprendo giganteschi crateri nel tessuto sociale e gettando nella disperazione intere fasce di popolazione.
C’è molto della cruda essenzialità un po’ scanzonata di Ken Loach in questo trascorrere del tempo vuoto di occupazione tra un terrazzo e l’altro, scherzando, fumando, chiacchierando e bevendo, stesi al sole in un’altalena di noia e rassegnata disperazione.
Ma la Spagna di Rajoy non è la Londra della Thatcher, né Leo e i suoi amici sono gli operai inglesi privati dei più elementari diritti sul lavoro di Piovono pietre o Riff Raff.
Questi sono i “nuovi disoccupati”, i trentenni con lauree e masters che non servono più a niente, colloqui di lavoro a cui basta presentarsi con la barba per essere scartati, agenzie da chiudere perché il cliente insolvente fallisce, il mutuo ormai impossibile per il nuovo appartamento che tanto piaceva alla fidanzata. E lei che comincia a guardarti come uno sfigato. E poi arriva “maradona”, il capelluto che non ha studiato e si porta via a Formentera la segretaria che era con loro in ufficio da undici anni!
Fuggire sui tetti in un cinema tra verità e fiction, il mondo sotto e quello sopra, e forse anche il mondo sottosopra, quello con gli inquilini di Chagall che volano nell’aria perché le case sono state distrutte. Si riaffaccia nella fantasia di Sabini,  la “deriva sognante” del grande russo.

Mi tuffo nelle mie riflessioni e volo al di sopra del mondo

E allora può anche succedere che la favola prenda il volo e il sogno concesso dal cinema, prima che le luci si accendano, decolli, e Leo dica a Mario che ha un’idea, ma quale? un’idea, forse lavorare la terra (l’aveva già detto a qualcuno, prima), o forse altro, non lo sapremo mai, e forse neppure loro, ma raccolgono tutto e lasciano il terrazzo. La porticina si chiude così, alle loro spalle, col rumore secco delle porte di metallo.
Su quei terrazzi,  per un attimo, si annulla la legge di gravità  e si dimentica la gravità delle leggi, in questa fuga sui tetti c’è la stessa drammaticità ammantata di umorismo di Loach, lo stesso sguardo sulle piaghe della realtà sociale senza presumere di fare rivoluzioni dallo schermo di un cinema.

“Non si fa la rivoluzione con un film. Ma un film può essere la leva per sollevare l’inerzia delle cose o delle persone” diceva il grande regista inglese.

E’ quello che fa Sabini, realizzando un film senza sovvenzioni nè contributi, con un budget di 12.000 euro, vincitore della sezione Pubblico Meeting Point Premio al 56 ° Festival Internazionale del Cinema di Valladolid nel 2011.

Paola Di Giuseppe