Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Girato a Fukushima, The Land of Hope si muove tra documento e finzione per parlare di un tracollo dell’umanità altrimenti irrappresentabile. Come sempre alieno da sensazionalismo, Sono Shion raccoglie resoconti dai sopravvissuti e filma scenari reali. La morte è presenza incombente, lo sguardo carico di stupore impotente. Continue fratture alterano la linearità narrativa, il realismo dell’immagine si slabbra nel grottesco, nel surreale e nel fantasmatico; dal Torino Film Festival 2012, una recensione di Paola Di Giuseppe... 

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3/11 è la sigla tristemente corrente in Giappone per indicare il disastro dell’11 marzo 2011. Un violento terremoto di magnitudo 9.0 al largo della costa e il conseguente tsunami, circa 20.000 morti, miliardi di danni alle infrastrutture e falla nella centrale atomica. Così l’apocalisse nucleare divenne per la seconda volta realtà.

Yoichi Ono (Murakami Jun) viveva con la moglie Izumi (Kagurazawa Megumi) e gli anziani  genitori Yasuhiko (Natsuyagi Isao) e Chieko (Otani Naoko) in un piccolo villaggio di contadini  e allevatori. La vita scorreva tranquilla, Yoichi e Izumi, gran lavoratori, aiutavano l’azienda di famiglia, una bella batteria di mucche di cui andar fieri. Divisi da un cortiletto con una aiuola fiorita al centro, i loro buoni vicini: padre, madre, il figlio Mitsuru (Shimizu Yutaka), un po’ scapestrato, e la fidanzata Yoko (Kajiwara Hikari), arrivata da un paese poco lontano in minigonna e auricolari incollati. E’ la prefettura di Nagashima, inospitale “terra della speranza”, nome  di nuovo conio nella fantasia di Sono Shion, fusione di Nagasaki, Hiroshima e Fukushima. 1945/2011, l’inferno replica il suo spettacolo, il poeta ne canta l’epopea tragica.

Fare film è come scrivere un libro di poesie. – ha detto il regista – Alcuni giornalisti diranno che i sorrisi ritornano sui volti di Fukushima, ma in realtà sono tornato una settimana fa  dove abbiamo girato, e non ho visto nessuno sorridere. Ognuno vive nella miseria, e si può vedere il divario tra ciò che viene riportato e ciò che sta accadendo. In questo senso il mio film è più vero del giornalismo”.

Sono Shion inventa una storia che parla di creatività e distruttività, dolcezza e violenza, potenzialità negative e positive della civiltà sullo sfondo, già compromesso, della storia dell’uomo e della violenza primordiale delle forze naturali.

Dopo Fukushima, chi fa il regista in Giappone deve necessariamente cambiare prospettiva” – così il regista al TFF 2011 -“ Lo scenario dopo il disastro ricorda il dopoguerra”.
Costringere a ricordare, dunque. Aveva cominciato con Himizu, coppa Mastroianni per i due protagonisti a Venezia 2011, introducendo il terremoto nella storia di  Sumida e Keiko, continua con The Land of Hope, tre storie e tre direzioni da prendere, ora che il governo ha ordinato l’evacuazione della popolazione entro un raggio di 20 chilometri e l’incubo della contaminazione nucleare è reale.

Venerdì 22 aprile 2011, Il governo estende la zona di evacuazione ad alcuni comuni altamente contaminati (Katsurao, Namie, Iitate e parti di Kawamata e di Minami-Soma) fino ad una distanza di 50 chilometri. Viene vietato l’accesso nell’area entro i 20 chilometri. (da Executive Summary pubblicato da Greenpeace International, febbraio2012)

Un mondo di pace e di armonia, famiglia, casa e affetti solidi, risucchiati da una falla nella sicurezza di un impianto nucleare. Le linee di confine segnano spartiacque ciechi, paradossalmente anche esilaranti: il cortiletto di casa Ono è tagliato in due, i vicini devono sloggiare, loro possono restare, ma chissà per quanto ancora? Imizu si scopre incinta. Che fare? L’aria contaminata si fermerà forse oltre la linea? Si può rischiare che una nuova vita nasca dove c’è già la morte? E si può lasciar tutto e andar via verso l’ignoto? Yoichi e Izumi dovranno partire, come i vicini, e un giorno qualcuno dirà loro la verità. E’ successo a Fukushima, anche lì dicevano che sarebbero potuti tornare, un giorno, e non era vero. Così accadrà a Nagashima, e la corsa in moto di Mitsuru e Yoko fra macerie coperte di neve, a cercare il paese fantasma di lei, rompendo le barriere di sicurezza, inseguiti da polizia e protezione civile, è un’andata all’inferno senza ritorno. E i vecchi genitori? Per Yasuhiko e Chieko non c’è scelta, lei soffre di una malattia degenerativa che l’astrae dalla realtà, lui libera il cane dalla catena e uccide le mucche del suo allevamento, poi farà l’unica cosa che rimane da fare, in questi casi. L’ostinazione di Yashuiko a non lasciare i luoghi che hanno dato un senso alla sua esistenza, gli alberi piantati dal nonno e quello dell’aiuola, messo lì il giorno del suo matrimonio, la sua fierezza di antico custode di un mondo spazzato via, l’amore burbero e profondo per Yoichi, che costringe a partire con la dolce Izumi, l’attenzione verso la piccola moglie tornata bambina, che danza nella neve di Nagashima per un’invisibile Festa degli Spiriti, appartengono ad un modo di essere uomo che ricorda i grandi vecchi del mondo di Kurosawa Akira, e la superba prova attoriale di Natsuyagi Isao ne eguaglia il livello.

Girato a Fukushima, The Land of Hope si muove tra documento e finzione per parlare di un tracollo dell’umanità altrimenti irrappresentabile. Come sempre alieno da sensazionalismo, Sono Shion raccoglie resoconti dai sopravvissuti e filma scenari reali. La morte è presenza incombente, lo sguardo carico di stupore impotente. Continue fratture alterano la linearità narrativa, il realismo dell’immagine si slabbra nel grottesco, nel surreale e nel fantasmatico, il colore impallidisce, si spegne e si riaccende, gli accordi dissonanti dell’Adagio della Decima Sinfonia di Mahler creano un tappeto sonoro di arpeggi esplosivi e archi tesi fino al loro limite. Poi si placano, in un addio alla vita vuoto, pacato. Polarità della vita che include in sè e trascende gli opposti in cui si esprime, istinto di conservazione più forte della disperazione, ma anche certezza della morte e sua accettazione, Sono Shion inizia il discorso come un reportage documentaristico, inventa una storia tristemente vera, infine vira nella direzione dell’apologo venato di satira politica.

Le istituzioni hanno fallito perché non sono state capaci di comprendere i rischi reali causati dai reattori, di stabilire e applicare adeguate norme di sicurezza e di proteggere, prima di tutto, le persone e l’ambiente. (da Executive Summary pubblicato da Greenpeace International, febbraio 2012)

Comportamento delle autorità e inefficienza delle istituzioni, i media corrivi che diffondono falsi scenari di normalizzazione, rimozione frettolosa e indifferenza della popolazione non direttamente coinvolta: riemergono tutte le tare di un’umanità incapace di solidarietà, ottusamente vigile solo su sè stessa e sulla sua piccola, fragile sicurezza. La discriminazione nei confronti dei provenienti dalle località contaminate fa parte del racconto e rispecchia la realtà, i personaggi sono modelli di un modo di essere uomini sullo sfondo delle grandi tragedie. Paura, smarrimento, confusione e solitudine, ma anche ribellione e capacità di sognare un futuro diverso, in un paese abituato a procedere a capo chino di fronte agli imperativi della Storia. Kibō no kuni (Il paese della speranza): forse la speranza è questa, Yoichi e Izumi che si abbracciano sulla riva del mare, mentre il contatore Geiger riprende il suo ticchettio.

 

 

 

 

 

Paola Di Giuseppe

Sion Sono
The Land of hope
Giappone - 2012

Con Isao Natsuyagi, Naoko Ohtani, Jun Murakami, Yutaka Shimizu, Megumi Kagurazaka
Durata 133 min
Titolo originale Kibô no kuni