Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Manifesto di Oberhausen il più importante documento di gruppo di tutta la storia del cinema tedesco, la scintilla da cui è sorto il movimento del Nuovo cinema Tedesco; un approfondimento di Diego Baratto in occasione della retrospettiva al recente 48° Pesaro film festival... 

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[foto dal sito oberhausener-manifest.com]

Il 28 febbraio del 1962, durante l’ottava edizione dei Westdeutsche Kurzfilmtage Oberhausen,  ventisei giovani film makers tedeschi dichiarano morto il cinema “di papà”, espressione presa in prestito dai jeunes-turcs della nouvelle vague, e proclamano la volontà di creare un nuovo cinema lontano dalle pastoie di quello affermatosi all’epoca, così stantio e conservatore, ancorato unicamente al genere degli heimatfilm (film dedicati alla patria, molto difficili da distribuire fuori dai confini tedeschi). Nasce così il Manifesto di Oberhausen, il più importante documento di gruppo di tutta la storia del cinema tedesco, la scintilla da cui è sorto il movimento del Nuovo cinema Tedesco. I firmatari più celebri sono Alexander Kluge (1932), Edgar Reitz (1932), Haro Senft (1928), Peter Schamoni (1934-2011) e Herbert Vesely (1931-2002).

Il cinema del Manifesto doveva rappresentare la realtà sociale tedesca, radiografare con tempestività i mutamenti della nazione, superando l’approccio del cinema precedente. L’attività cinematografica dei firmatari, che seguì il Manifesto, ha incontrato una sorte piuttosto curiosa: è prematuramente caduta nel dimenticatoio, e sino ad oggi non è mai stata catalogata in modo sistematico e neppure raccolta, in quanto ritenuta in gran parte perduta anche dai decani della storiografia cinematografica. Per questo motivo il Pesaro film festival si è incaricato, in collaborazione con gli Internationale Kurzfilmitage Oberhausen, di realizzare una serie di quattro programmi dedicati al Manifesto di Oberhausen, il cui obbiettivo è mostrare il clima di fermento creativo di quel periodo compreso tra il 1960 e il 1967, che sarà alla base del Nuovo cinema Tedesco. Presentiamo una selezione dei lavori più interessanti proiettati nel corso dell’edizione appena conclusa del Pesaro film festival 2012.

Moskau Ruft di Peter Schamoni (1957)

 Un treno affollato è diretto a Mosca, al 6° Festival Internazionale della Gioventù e degli Studenti. Lungo il viaggio, durante alcune soste nella profonda provincia russa, i passeggeri vedono comparire orde di bambini indigenti, che gironzolano nei pressi delle stazioni nell’attesa che qualche viaggiatore lanci loro del cibo. Le suggestive e solenni geometrie dei palazzi della capitale sovietica accolgono i passeggeri, che di lì a poco assisteranno a un tripudio di parate folkloristiche, manifestazioni in favore della pace, orazioni pubbliche delle alte cariche politiche e spettacoli pirotecnici. Girato di nascosto dal cameraman di Schamoni, Josef Vacano, questo film dossier denuncia il grande divario tra le disagevoli condizioni in cui versava, all’epoca, il popolo russo, e la fallace facciata di paese avanzato e progressista confezionata ad hoc dal regime sovietico.

 

Menschen im Espresso di Herbert Vesely (1958)

Sedersi in un bar senza averlo programmato e godere dell’atmosfera particolare di un gesto gratuito di gioia” sussurra la voce off di questo corto di Vesely, che descrive minuziosamente e con un pizzico di sarcasmo le influenze dello stile di vita all’italiana a Monaco di Baviera, in pieno slancio esterofilo. Alle birrerie si sono sostituiti locali all’aperto dove, molto italianamente, si può sorseggiare con calma il proprio caffè espresso, magari raccogliendo gli sguardi invitanti di qualche donna in cerca di compagnia. Ed anche quando le lancette girano lente, ci si può abbandonare a osservare i passati e tutto quel che accade oltre i tavoli del bar, scoprendo dettagli straordinari nell’ordinario. Vesely entra nella testa dell’avventore tipo e ne intercetta il flusso di pensieri, ne esamina i comportamenti, cercando di coglierne il cambiamento di abitudini.

Grossmarkthalle di Ferdinand Khittl (1958)

Quanto lavoro e sacrificio è necessario per far arrivare la merce nelle bancarelle dei mercati all’ingrosso? Il film si propone di spiegare con semplicità e immediatezza, attraverso scene di vita quotidiana, il meccanismo del commercio nella sua totalità; tra accordi coi fornitori esteri, ritardi di consegna, controllo merci e discussioni su quali siano i prezzi più competitivi. Gli intenti didattici sono supportati dall’efficace capacità esplicativa di Khittl nel raccontare, senza troppe complicazioni, la fitta rete di rapporti fra le varie figure del commercio, identificandone ruolo e funzioni, e le modalità di approccio al lavoro che caratterizzano il popolo tedesco.

Das magische band di Ferdinand Khittl (1959)

Corto dedicato alle origini del nastro magnetico, in cui vengono saggiate a 360° tutte le sue potenzialità. All’evoluzione storica della tecnologia di registrazione magnetica s’intreccia un  percorso di stimolazione percettiva e sensoriale attraverso un rapido e suggestivo gioco di associazioni tra suono e immagine. L’atmosfera è già pop, come si può ben vedere da certi collage e coloratissimi grafici.

Schatten di Hans Jürgen Pohland (1960)

Questo affascinante esperimento di Pohland ha per protagoniste le ombre in movimento. Il regista con grande freschezza e vivacità creativa manipola le proiezioni dei suoi soggetti mettendole in rapporto con diverse organizzazioni spaziali, diverse architetture e diverse superfici materiche, arrivando a un seducente effetto di astrazione, in cui si perde il legame tra forma e oggetto.

Salinas di Raimond Rühl (1960)

L’interminabilità della fatica, la continua ripetizione delle azioni, il peso di un destino d’ineluttabilità è quel che si vede in Salinas, documentario incentrato sulle dure fasi di raccolta del sale in una salina del Mediterraneo. La frammentazione dell’immagine attraverso un montaggio secco e rapido suggerisce un adeguamento dell’uomo ai ritmi della produzione, mentre i rulli di tamburo e le austere musiche di Hans Loeper conferiscono al film un senso di epicità, per rendere palese l’impresa quotidiana che si trovano a dover compiere i lavoratori della salina.

Kommunikation di Edgar Reitz (1961)

Pellicola aziendale realizzata per le Poste della Germania occidentale. Edgar Reitz, con la lucidità e il distacco di un filosofo, si addentra nel mondo degli ultimi ritrovati tecnologici finalizzati alla comunicazione, dai canali ai ponti ad alta frequenza, catturando quel sostrato oscuro e impenetrabile che è l’arcano del mondo della tecnica. Il suo sembra l’occhio di un marziano: quei congegni che diamo per scontati nella civiltà post-industriale vengono qui rivestiti di un’aura inedita, che diventa inquietante grazie al traino di un repertorio musicale che si avvale dell’esperienza dell’alea e che sembra già un’anticipazione dei mondi sonori dei Kraftwerk.

Brutalität in stein di Alexander Kluge e Peter Schamoni (1961)

Ogni edificio raccoglie lo spirito del suo costruttore anche se nel corso del tempo viene cambiata la sua funzione”.  Con queste parole si apre il corto di Kluge e Schamoni, una originale indagine della barbarie dei nazisti attraverso le loro architetture. Un assemblaggio di filmati di repertorio, progetti architettonici, modellini lignei di monumenti ed edifici, discorsi del Führer, di Rudolf Hoss, della Lega delle Giovani Tedesche. Con evocativi carrelli e inquadrature organizzate in rigide simmetrie,  Kluge e Schamoni fanno parlare direttamente le costruzioni, nel tentativo di andare fra le pieghe della mitologia nazista, dando il brivido di quel potrebbe essere stato il Terzo Reich se il corso della storia fosse stato diverso, con la Germania vincitrice della seconda guerra mondiale.

Notabene mezzogiorno di Hans Rolf Strobel e Heinrich Tichawsky (1962)

Dopo Der grosse tag des Giovanni Farina (Il grande ritorno di Giovanni Farina, 1958) il documentario di Strobel e Tichawsky torna a raccontare la vita del contadino italiano Giovanni Farina, all’indomani della riforma agraria attuata nel Sud Italia a partire dal 1950.

Se nell’opera del ’58 Giovanni Farina ci aveva lasciati con la speranza in una vita migliore, in questo film possiamo constatare la sua progressiva amarezza. All’uomo viene concessa una proprietà, secondo la logica di redistribuzione equa delle terre per evitare il monopolio dei latifondisti, ma piuttosto che averne vantaggi si ritrova sempre più sommerso da un mare di debiti. I contadini infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, ignorano l’esatto funzionamento della riforma e perciò, piuttosto che esserne i beneficiari, ne diventano le inconsapevoli vittime. E così, con otto figli a carico, le condizioni di vita di Giovanni Farina diventano sempre più miserevoli. Oltre ad essere un documentario aspramente critico, Notabene mezzogiorno non nasconde i suoi propositi di ricerca formale, come dimostra il raffinato trattamento delle immagini, le calcolate entrate in scena delle persone, la libertà dell’ordine con cui vengono inseriti i diversi segmenti della vita di Giovanni Farina.

Dopo il 1962…

I corti realizzati successivamente al Manifesto rappresentano una ideale prosecuzione dello stesso. Nel 1965 l’appello dei firmatari di Oberhausen trova accoglimento: il Ministero degli Interni della RFT istituisce un Consiglio del giovane cinema tedesco e stanzia circa 5 milioni di marchi per le opere prime di giovani registi, a patto che questi progetti siano provvisti di soggetto, piano di lavorazione e produttore. In questo periodo si sviluppa quello scenario che nel giro di pochi anni porterà al fenomeno del Nuovo Cinema Tedesco. All’interno di questo movimento, nei primi anni ‘70, ai nomi dei firmatari si aggiungeranno quelli celebri di Rainer Werner Fassbinder e Wim Wenders.

Machorka-Muff di Jean-Marie Straub (1963)

E’ il primo corto di Jean Marie Straub, cineasta francese emigrato in Germania in seguito al suo rifiuto di partecipare alla guerra d’Algeria e poi, nel 1969, trasferitosi a Roma. Tratto da una satira di Heinrich Böll, Haupstädtisches Journal, apparsa nel 1956. Dopo essere stato reintegrato nell’esercito, il colonello Machorka-Muff ottiene anche la carica di generale. Grazie a questo potrà finalmente soddisfare una sua personale ambizione, ovvero creare un’Accademia della memoria militare, per mezzo della quale ogni militare, di grado superiore a maggiore, potrà scrivere un suo dossier di memorie. Nel frattempo, riesce a convolare a nozze con la fidanzata Inniga von Zaster-Pehnutz, arrivata, con questo, alla bellezza di ben otto matrimoni. Ancora efficace l’impatto sconcertante del montaggio di editoriali tedeschi dove furoreggiano titoli di giornali (“Fondere i valori morali con il militarismo”, “Il perfetto cristiano è anche un soldato”, “Non è ai soldati che Gesù ha chiesto di cambiare mestiere”), così come la modernità del linguaggio di Straub riesce a restituirci con forza straordinaria la fenomenologia di un tipo, di un “carattere”(piuttosto diffuso all’epoca): l’anonimo e ottuso funzionario agli ordini del potere costituito, qualunque sia il colore politico di chi comanda, che dopo aver servito con efficienza il Führer, nella Germania del secondo dopoguerra trova una nuova collocazione, senza nessuna grave conseguenza. Un film, come dice lo stesso autore, costruito sull’equazione M=M (Militär=Mörder, Militare=Assassino).

Es muss ein stück vom Hitler sein di Walter Kruttner (1963)

Questo documentario di Kruttner prende di petto lo strano caso di Obersalzberg, località prescelta da Hitler, dove venne eretto nel 1938 il suo chalet-fortezza Nido d’Aquila, i cui resti (la casa da tè, il garage, il bunker), nei primi anni ‘60, vennero biecamente sfruttati dal commercio turistico.

Nel film si sentono dichiarazioni del governo che annuncia “la cancellazione della Obersalzberg di Hitler”, accompagnate a riprese che mostrano il viavai di turisti alla ricerca di souvenir hitleriani presso i negozi del paesino. A questo si aggiungono i costosissimi tour alle zone di villeggiatura di Hitler, così diffusi da far nascere un gioco di parole:  “la montagna del Führer [guida] è diventata la montagna delle guide [führer]”.

 

Marionetten di Boris von Borresholm (1964)

In un teatro di marionette è di scena il Giulio Cesare di Shakespeare. Un caratterista inizia un lungo monologo in cui presenta tre tipi di personaggi della collezione di marionette a cui lui stesso appartiene: il demagogo (vestito come un illusionista), il seduttore e le masse obbedienti (manichini sbiaditi, incolori, senza nessun tratto distintivo). A irrompere, durante queste presentazioni, una serie di sequenze di comizi del Führer. La metafora è fin troppo scoperta, ma la messa in scena e il design delle marionette sono di ottima qualità.

Massnahmen gegen fanatiker di Werner Herzog (1969)

Il singolare corto di Herzog si addentra nel mondo dei maneggi e degli esperti d’equitazione. Questi ultimi si dichiarano protettori dei cavalli contro i fanatici. Costruito mediante una galleria di bizzarri personaggi, ripresi con inquadrature frontali che enfatizzano, per contrasto, la loro asimmetria caratteriale. Con l’entrata in campo del simpatico vecchietto animato dal solo intento di cacciare chiunque si faccia vedere nei paraggi di un box, si capirà che i veri fanatici di cavalli sono coloro che se ne ritengono i protettori. Strepitosa partecipazione di Mario Adorf (a cui è riservata l’ultima parte del corto) nella parte di un fantino pazzoide che si lancia in uno spassosissimo delirio (la più memorabile delle sue balordaggini è: “Avete mai provato a tenere una moneta stretta fra le chiappe fino a farle perderle la coniatura?”). Con Massnahmen gegen fanatiker, Herzog firma un autentico capolavoro del grottesco.

Diego Baratto