Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Il terzo lungometraggio della Bosniaca Aida Bejic è un film condotto sul confine del visibile 

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Djeca, il terzo lungometraggio della Bosniaca Aida Bejic, è passato recentemente per Cannes 65 nella sezione Un Certain Regard ottenendo il premio speciale della giuria ed è tra i film in concorso della 48ma edizione del Festival di Pesaro. Nella Sarajevo post-bellica Rahima e il fratello adolescente Nedim, orfani di entrambi i genitori, vivono grazie al lavoro della giovane donna, impiegata in un ristorante della città. Convertita all’Islam, Rahima viene pedinata dalla macchina da presa della Bejic in una fulgida compostezza fatta di movimenti minimi, una resistenza personale attraverso la fede che, oltre a ripercorrere le scelte personali della regista, evidenzia i contrasti di una terra nel suo più feroce periodo di crisi. La materia politica si manifesta attraverso le dinamiche relazionali, quasi sempre regolate dalla persistenza della merce; sarà l’iphone di un compagno del fratello, spaccato dallo stesso Nedim durante un litigio, ad innescare l’incessante peregrinare di Rahima alla ricerca del denaro necessario per riparare il torto. La Bejic segue con la prossimità del piano sequenza la performance di una splendida Marija Pikic, ma disinnesca ogni escatologia Dardenniana rivelando una città abitata da fantasmi e colta in uno stato transizionale ricco di tensioni; Rahima si sorprende spesso in luoghi bui, dai contorni incerti, popolati da corpi in conflitto; invece di caricare lo spazio di segni inequivocabili la Bejic  sdoppia costantemente i percorsi possibili cogliendone la forma più ambigua; è nei momenti apparentemente privi di uscita che Rahima sperimenta la forza potenziale del gesto, aggiustandosi il foulard che le copre i capelli, e liberandoli improvvisamente; trovandosi in mezzo ai festeggiamenti di un capodanno popolato da soli bambini, filmato dalla regista Bosniaca in modo da rendere palpabili le ferite più dolorose causate dalla guerra;  scomparendo con il fratello in mezzo ad una coltre di fumo in un’immagine di potentissimo “realismo astratto”, conferma della forza di un piccolo, sorprendente film condotto sul confine del visibile, tra speranza e apocalisse.

Michele Faggi